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Ethnosuoni: musica per ascoltatori "resistenti"

Valerio Cipolli, amministratore di Folkclub Ethnosuoni, ci parla della sua associazione culturale ed etichetta discografica. Tra i gruppi prodotti ci sono i Sancto Ianne, emblema di suoni tra passato e futuro

Valerio Cipolli
amministratore
Folkclub Ethnosuoni

 

 

 

 

FolkClub EthnoSuoni è una associazione culturale  ed  etichetta discografica interessante che, come suggerisce il nome, si occupa di etno-suoni, con un catalogo che spazia tra world music, folk anche progressive, etnica, ecc. Suoni legati alla terra ma anche alle suggestioni. Molti i nomi interessanti in catalogo. Ne citiamo uno tra tutti, i Sancto Ianne, di cui ci è subito piaciuto il primo album “Scapulà”. Ora sono in sala di incisione per la loro seconda, attesa, prova discografica.
Abbiamo rivolto alcune domande a Valerio Cipolli, amministratore di FolkClub Ethnosuoni

Nello specifico si tratta di due realtà distinte, ma con un unico obiettivo, promuovere la buona musica. Ethnosuoni è il nome dell’associazione culturale che si occupa dell’organizzazione dei festival folk (uno su tutti Folkermesse). Folkclub Ethnosuoni è invece una società in nome collettivo che gestisce l’etichetta discografica.

Cipolli ha 38 anni, vive a Vercelli con la compagna ed ha una figlia di nove mesi. Laureato in Economia e Commercio è dal 1996 iscritto all’Ordine dei Giornalisti-Pubblicisti. Dal 1998 lavora per EthnoSuoni.
Cipolli ci tiene a citare  anche  Maurizio Martinotti, direttore artistico di EthnoSuoni e Franco Lucà, responsabile delle attività del FolkClub di Torino, che hanno dato vita con lui, nel 1999, per l’appunto, alle Edizioni Musicali FolkClub Ethnosuoni.

- Quando e come è iniziata l’attività della tua etichetta?
L’idea di fondare questa nuova etichetta è nata nel 1999, quando con Maurizio Martinotti e Franco Lucà ci siamo trovati a ragionare sul fatto che in Italia, per una serie di ragioni, non esisteva nessuna realtà discografica interessata a dare spazio in via preferenziale ai tanti artisti di valore che popolano il panorama folk nazionale. Evidentemente questo vuoto non era casuale: da parecchi anni ormai il settore discografico è in grave crisi, tutti lo sanno, e di certo la nicchia nella nicchia rappresentata dalla musica folk di matrice italiana non ha un appeal commerciale tale da suscitare appetiti imprenditoriali. Noi però abbiamo la testa dura: il folk italiano, in tutte le sue innumerevoli espressioni che si possono trovare dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, ci piace, crediamo nelle sue potenzialità e in qualche modo ci siamo sentiti nella condizione di dover fare qualcosa per aumentarne la visibilità. Così ci siamo lanciati in quest’ avventura, ben consapevoli delle difficoltà che avremmo trovato e che puntualmente si sono presentate… Siamo partiti dal Piemonte, la nostra regione, sfornando diversi lavori che hanno goduto del sostegno garantito dalla legge regionale sul patrimonio linguistico. E poi abbiamo pian piano allargato i nostri orizzonti, guardando al resto d’Italia e, in via per ora marginale, alle altre regioni europee.

- Nel quadro della crisi generale dell’industria discografica essere una “minor” facilita o acuisce le difficoltà? Nel senso che sono finite le produzioni faraoniche… oggi - forse - funziona meglio la nicchia, o comunque ha maggiore duttilità… Tu che ne pensi?
Sarò sincero: delle produzioni faraoniche non so dire nulla, sono (o forse erano, come suggerisci tu) a totale appannaggio delle major, la cui attività non si è mai nemmeno per caso incrociata con la nostra. Come piccola etichetta indipendente apparteniamo ad un micro-universo che non ha nessun punto di contatto con il loro modus operandi e che si caratterizza invece per l’approccio direi quasi artigianale al processo di realizzazione-promozione-distribuzione dei dischi. Visto in questo senso, è chiaro che la duttilità consentita a chi opera nella nicchia risulta maggiore di quella della multinazionale molto strutturata, ma questo purtroppo non significa andare incontro a minori difficoltà! Ricordiamo sempre che quando una major lamenta la crisi del settore lo fa perchè ha visto magari ridotti i numeri delle vendite rispetto all’anno precedente, ma è comunque nelle condizioni di andare avanti senza eccessivi intoppi. Per noi è diverso: si naviga sostanzialmente a vista e bastano un paio di dischi che “non vanno” come ci si sarebbe aspettati per mettere a rischio la continuazione stessa dell’attività. Non per niente ogni tanto si sente notizia di qualcuno che è fallito o che ha deciso di chiudere a causa di un quadro finanziario ormai insostenibile.

- Mi interessa comprendere se l’essere specializzati in un settore ben preciso (il folk nel tuo caso) rende le cose più facili o difficili…
Sono anni che me lo chiedo anch’io… Non saprei dirti, tante volte abbiamo preso in considerazione l’idea di diversificare le nostre produzioni aprendoci ad altri generi, magari più commerciali. Ma la conclusione a cui siamo giunti ogni volta è che sarebbe stata più che altro la ricerca di una via di fuga. Quello che invece mantiene viva la nostra attività è l’entusiasmo che ci mettiamo dentro,  e questo entusiasmo ci può essere solo se fai cose in cui credi. Quindi la scelta è di rimanere arroccati nella nostra piccola fortezza, senza tanto guardare se ciò rende le cose più facili o difficili.

- E poi mi chiedo, Internet (per la promozione e l’e-commerce) è di qualche aiuto? O è solo “musica scaricata”?
Internet è una grande invenzione e dal mio punto di vista è sicuramente d’aiuto per la promozione dei nostri CD, meno invece per quanto riguarda l’e-commerce. Tramite Internet ho la possibilità di far circolare il nostro nome e quello degli artisti che incidono per noi a costo praticamente zero e in una forma che, se ben utilizzato, suscita la curiosità di approfondire le conoscenze. E questo vale per tutti, pesci grandi e piccole sardine come noi. Il problema della “musica scaricata” invece ci riporta indietro a quello che dicevamo prima a proposito delle major: sono loro che  hanno dinamiche operative che possono essere messe in crisi dal downloading più o meno selvaggio, così come sono loro che possono avere veramente fastidio dalle attività di pirateria musicale.

- Chi acquista i Vs dischi? Possiamo fare l’identikit degli acquirenti? Vendite all’estero?
Un vero e proprio identikit non esiste, abbiamo acquirenti che vanno dai venti agli ottanta anni, senza prevalenza degli uomini sulle donne o viceversa. Semmai si tratta di tracciare un tipo sociale di acquirente: mediamente sono persone di una certa cultura ma senza atteggiamenti snobistici, direi più che altro curiosi di conoscere forme espressive che si discostano da quelle imposte dal martellamento mediatico. Mi verrebbe quasi da dire che è gente “resistente”, di quella insomma che non si rassegna all’idea di una vita fatta di lavoro, televisione la sera e supermercato il sabato pomeriggio. Questo ovviamente per quanto riguarda l’Italia, mentre per l’estero non ho  elementi sufficienti per dire chi compra i nostri dischi. Però posso dire che, fatte le debite proporzioni, delle vendite fuori dai confini nazionali non ci si può lamentare: abbiamo distributori seri e onesti (e di questi tempi non è poco!) in diversi Paesi tra cui USA, Regno Unito, Benelux, Francia e da poco anche Sud Corea. I numeri chiaramente non sono enormi, ma crescono di anno in anno e questo è già fonte di soddisfazione.

- Ci illustri un po’ il tuo catalogo, gli artisti e le loro produzioni?
Non credo ci sia qui lo spazio per parlare di tutti e l’idea di citarne solo alcuni mi parrebbe irriguardosa nei confronti degli altri. Guardando i numeri, il nostro catalogo ha raggiunto proprio da poche settimane il traguardo dei cinquanta titoli, quindi con una media di 8-10 titoli sfornati ogni anno. Tanti, forse troppi, soprattutto se penso che nella foga di pubblicare cose che ci sembravano tanto belle da non poter aspettare abbiamo finito per non dedicare le energie necessarie alla promozione, che è invece un passaggio da cui non si deve mai prescindere. Credo sia stato un errore di gioventù che stiamo imparando a non ripetere. Fortuna vuole però che la nostra sia musica che non ha tempo, forse è questa la vera forza della nicchia che si sottrae alle leggi del mercato dell’usa e getta. Quindi c’è sempre tempo per conoscere anche i titoli più “vecchi”, e credo di poter dire senza eccessiva spocchia che sono tutti dischi che hanno un senso culturale ed una propria dignità artistica. Per il resto lascio giudicare a chi vorrà ascoltarli.

- Pensate anche a produzioni in DVD? Pensi che il DVD possa essere di aiuto a meglio far conoscere gli artisti?
Sicuramente il DVD ha un suo fascino, soprattutto quando ha per oggetto dischi registrati dal vivo. Ed è altrettanto certo che può contribuire a far conoscere gli artisti e a renderne più appetibili i concerti, ma questo è forse un aspetto rivolto più agli addetti ai lavori (promoter, festival ecc.) che agli utenti finali. Ragionando da appassionato di musica invece, ho sempre avuto la sensazione che “vedere” la musica su uno schermo sia un’operazione un po’ fredda, quasi virtuale… Quello che invece già da tempo abbiamo sperimentato con successo è l’utilizzo di altre applicazioni multimediali più semplici, abbinate al normale CD. In particolare si tratta dell’inserimento nei CD di tracce PDF, leggibili da qualunque computer, con fotografie, immagini, testi e altri particolari che arricchiscono le informazioni di complemento offerte a chi compra il disco.

- Cosa bolle in pentola? Puoi fornirci qualche anticipazione sulle prossime uscite?
Abbiamo già pianificato le uscite dei prossimi 6-8 mesi. Su tutti mi sentirei di citare il nuovo lavoro di Sancto Ianne, che dopo aver raccolto unanimi consensi per “Scapulà”, il disco uscito nel 2002, stanno registrando le tracce del nuovo CD che uscirà nella primavera 2006. Proprio ieri ho potuto ascoltare alcuni brani in lavorazione e mi sono sembrati davvero eccellenti. Tra l’altro, il CD conterrà anche “Oucchie”, il brano che nello scorso luglio è stato presentato in anteprima ed è valso a Sancto Ianne la vittoria al concorso “Voci per la libertà” indetto da Amnesty International. Per i prossimi dodici mesi la band sannita sarà quindi testimonial ufficiale di Amnesty e questo, non lo nego, mi fa doppiamente piacere perchè potrà dare anche una spinta in più al disco e indirettamente all’etichetta.
A parte Sancto Ianne, non voglio però trascurare le altre uscite: penso al nuovo lavoro del Quartetto Tamborini, all’attesissimo lavoro di Ariondassa, al disco d’esordio di Falafel e a quello di Meikenut, tutti ensemble piemontesi. E poi Picotage, Le Note svizzere e tanti altri che verranno. Come vedi la pentola non bolle mai di sola acqua!

- Da esperto del settore, una tua valutazione sul folk, la world music, la musica etnica o come la si voglia definire: dove sta andando?
Non mi sento di essere particolarmente ottimista… e non vorrei sembrare troppo pignolo ma occorrerebbe sempre ricordare che folk, world music, musica etnica e quant’altro sono filoni tra loro legati ma ben distinti. Oggi come oggi mi sembra che prevalga il concetto della world music intesa come mescolanza a tutti i costi di generi e stili musicali che non possono convivere neanche se chiusi nella stessa gabbia. In qualche modo è anche questa una forma di globalizzazione selvaggia, che toglie ogni specificità e finisce per creare degli ibridi un po’ contronatura. Non dico che sia tutto da buttare via, ma spesso si sentono proposte avvilenti, che a mio giudizio nascondono una sostanziale mancanza d’idee. Se trattata con garbo, invece, la musica di radice può nascondere infinite possibilità di attualizzazione e di rilettura, risultando sempre nuova e interessante. Questo è quello che cerchiamo di fare con la nostra etichetta, e forse questa è anche la ragione che ci rende un po’ antistorici, forse perdenti, ma originali!
A cura di Gaetano Menna

 

Sancto Ianne: “Ci piace ’scapulare’ ”
http://guide.supereva.com/musica_progressive/interventi/2005/08/221417.shtml

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