
D: Partiamo dagli Indaco: l’ultimo lavoro di studio, Terramaris, è sembrato aprire se non un momento di crisi, perlomeno una parentesi di riflessione all’interno del gruppo. Solo ora con l’estate è sembrato che il gruppo avesse ripreso nuovamente a muoversi dal vivo dopo un certo periodo di inattività
R: (Calderoni) Effettivamente a livello di vendite Terramaris non è andato come ci si aspettava, anche se tutto sommato il disco è stato pubblicizzato abbastanza bene. Al di là di questo, per me Indaco resta un progetto molto bello perché proveniamo tutti da fonti musicali diverse a parte ovviamente me e Rodolfo che siamo dei collaboratori da una vita per cui venendo da fonti diverse si crea quest’amalgama positiva di varie intenzioni che poi convergono tutte all’interno del progetto.
D: Come definiresti la musica di Indaco?
R: (Calderoni) Musica partenopea mediterranea, però con varie cose aggiunte.
D: Com’è nata l’idea del progetto?
R: (Calderoni) È nata da Rodolfo e Mario Pio Mancini, che hanno realizzato un primo album insieme nel 1991, intitolato proprio Indaco. Poi il giro si è allargato e la formazione si è estesa: è entrato Arnaldo Vacca alle percussioni, Carlo Mezzanotte alle tastiere, poi io e poi Luca Barberini al basso. Abbiamo sudato insieme, abbiamo penato, abbiamo lavorato sodo perché volevamo portare avanti un certo discorso che sentivamo ci apparteneva.
D: Non vorrei sbagliarmi ma un paio di anni fa per gli Indaco si parlò addirittura di una possibile partecipazione al Festival di S.Remo
R: (Calderoni) È vero, ci abbiamo provato e sembrava quasi che potessimo riuscire. Ma sai bene quanto è difficile andare a S.Remo: è un vero e proprio dramma. Devi stare nelle grazie di qualcuno oppure devi tirare fuori tanti di quei soldi te lo dico chiaramente, tanto come funzionano le cose ormai è di dominio pubblico. Il bello poi è che con i musicisti dell’orchestra che accompagna gli artisti del Festival ci conosciamo tutti quanti, perciò per noi sarebbe stata una specie di rimpatriata. Senza pensare al fatto di poter eseguire i brani di Indaco con l’orchestra, sarebbe stato bellissimo.
D: Quali sono i programmi futuri di Indaco?
R: (Maltese) Posso dirti che abbiamo già ricominciato, oltre che a provare, anche a buttar giù qualche idea da un punto di vista manageriale, perché è una cosa importante quella di capire strategicamente cosa si può fare in un mercato dove mai come ora c’è una crisi proprio del prodotto-disco. Quindi almeno sforzarsi per cercare di favorire questa creatività in vari settori, a partire ovviamente dal settore concerti ed esibizioni live.
D: Personalmente reputo Indaco una delle proposte musicali più interessanti degli ultimi anni. C’è qualche rimpianto per come sono andate finora le cose, magari per il fatto di non aver potuto godere della giusta esposizione e promozione
R: (Maltese) C’è sicuramente il rimpianto di non aver trovato le persone giuste, come si dice, al momento giusto, sia dal punto di vista manageriale che soprattutto da quello discografico, visto che la major non si sono mai seriamente interessate a un tipo di musica di questo genere. Sinceramente penso che se fossimo nati in un altro paese avremmo un riscontro non dico mondiale ma almeno europeo.
D: Ad esempio Indaco è un progetto che non sfigurerebbe nel catalogo della Real World di Peter Gabriel
R: (Maltese) Indubbiamente. Per esempio prendendo come riferimento i dischi anche soltanto per quanto riguarda gli ospiti, già potrebbero essere a livello europeo, probabilmente anche mondiale, senza falsa presunzione.
D: C’è sempre la convinzione nel portare avanti il discorso?
R: (Maltese) Sì, certo. Però bisogna avere anche dei riscontri, altrimenti la convinzione da sola non basta.
R: (Calderoni) La fucina funziona, voglio dire: il progetto c’è. È una cosa a cui teniamo e che vogliamo portare avanti.
R: (Maltese) Poi adesso sono state messe in moto delle cose, come ti dicevo, a livello manageriale sia per quanto riguarda una serie di appuntamenti live, sia per quanto riguarda l’aspetto discografico con un nuovo disco e una compilation che è in fase di stampa, quindi c’è sicuramente la volontà di rilanciare il gruppo.
D: Tra le tante collaborazioni che hanno caratterizzato il progetto Indaco, mi ha sempre incuriosito molto quella, bella e fruttuosa, con Mauro Pagani
R: (Maltese) Io sono molto fiero di questa cosa perché Mauro lo sono andato a sentire una volta quando Indaco quasi non esisteva lo sono andato a sentire in un concerto a Roma dove aveva riproposto le vecchie cose dei Carnascialia con Marcello Vento. In quell’occasione gli avevamo ventilato insieme a Mario Pio la possibilità di fare qualcosa in questa nuova formazione. E lui è stato subito molto disponibile, come è quasi sempre, se non fosse perché ha tanti impegni e a volte è costretto a dire di no, ma normalmente è uno molto disponibile e anche una persona cordiale e molto carina. È stato un incontro molto bello, perché anche dopo aver registrato il primo disco di Indaco il rapporto si è mantenuto ed è cresciuto, tanto che abbiamo fatto anche altre cose insieme nell’ambito di altri progetti, sempre con grande feeling reciproco.
D: Facendo un passo indietro agli anni ’70, ultimamente si parla molto dei Festival prog dell’epoca: sono stati realizzati degli speciali televisivi e si è sottolineata in particolare la componente aggregativa, il fatto di riuscire a mettere insieme nello stesso posto così tante persone. Che ricordo avete di quelle manifestazioni, sia per quanto riguarda il rapporto con il pubblico che con gli altri gruppi partecipanti?
R: (Calderoni) Sai, all’epoca noi giovani avevamo molti meno mezzi e quelle poche cose che c’erano ci dovevano bastare. Quindi i Festival progressive o comunque sia i Festival musicali erano per noi il massimo della vita, vi gettavamo anima e corpo. Sto parlando, più che da musicista, da pubblico, da essere umano
R: (Maltese) C’era una partecipazione più forte
R: (Calderoni) È vero, era molto più sentita la partecipazione.
R: (Maltese) Poi, se posso dire la mia, negli anni 70 i giovani erano veramente dei protagonisti. Era con loro che ci si misurava ogni volta che dovevamo fare un disco, era un vero e proprio confronto, una specie di esame con il pubblico, perché era un pubblico che ti seguiva, un pubblico preparato certo, formato da studenti, però erano studenti che partecipavano sia socialmente che politicamente alla vita del paese e quindi questo dialogo interno acquistava maggiore spessore, c’era una partecipazione immensa.
D: In quel periodo il pubblico ascoltava tranquillamente pezzi di venti minuti con tanto di tempi dispari e soluzioni armoniche complesse
R: (Maltese) È un fatto culturale, un fatto semplicemente culturale, ovviamente legato anche a scelte politiche e sociali. Poi a un certo punto hanno mandato avanti gli estremisti, i cosiddetti contestatori, mischiando il problema sociale con il problema musicale. Sapevano bene che i musicisti non potevano risolvere i problemi politici, però ci hanno provato, hanno rovinato questo movimento e alla fine il vinile è aumentato, la gente ha continuato a comprare i dischi e il mercato ci ha guadagnato.
D: In questi ultimi tempi ci sono state varie situazioni in cui si è cercato di mettere in contatto varie generazioni di musicisti, favorendo l’incontro tra gli artisti storici e i gruppi più giovani: penso ad esempio a Rodolfo che ha collaborato con i Fonderia in occasione della serata del Biglietto per l’Inferno a Roma, e ovviamente a questa serata con i Graal. Come vi fa sentire questo tipo di situazione?
R: (Calderoni) Per me è una bella botta di adrenalina, perché i brani che suonerò stasera con i Graal mi hanno riportato indietro con gli anni stiamo parlando dei Led Zeppelin, pezzi molto belli. Mi serviva questa cosa per rinverdirmi un pochettino, anche se poi ci sono anche altri progetti in corso, ad esempio uno su Tenco
R: (Maltese) Esatto, ho composto delle musiche per uno spettacolo dedicato a Luigi Tenco dove ci sono dei brani riarrangiati di Tenco e altri che abbiamo scritto di sana pianta, che sono suonati da Pierluigi, da Luca Barberini, da Paolo Sentinelli, insomma è un progetto diverso, in chiave jazzata, che speriamo di portare dal vivo anche a prescindere dallo spettacolo teatrale.
D: Se non sbaglio tutti e due insegnate musica. Anche questo è un bel modo di mantenersi in contatto con i giovani
R: (Maltese) Sicuramente. Sia nel mio caso che in quello di Pierluigi questo fatto di “rinverdirsi” non riguarda soltanto l’esperienza live, ma anche il rapporto con gli allievi, che ci aiutano a informarci su quello che succede nel mercato, su quello che si suona e sulle nuove tendenze.
R: (Calderoni) Il rapporto con i ragazzi è ottimo: cerchiamo di dargli consigli, di raccontargli le cose che abbiamo vissuto sulla nostra pelle Ci sono molti elementi in gamba, molto validi, che vivono di musica e vengono a lezione non solo di uno strumento o di solfeggio, ma proprio di “modo di vita”. Per questo oltre al fatto di insegnargli a suonare cerchiamo di trasmettergli tutta la nostra esperienza, tutto quello che abbiamo passato, senza tenerci niente per noi, come fanno invece alcune persone. Insomma, cerchiamo di essere il più puliti possibili.
D: Rodolfo, nell’estate del 2004 avevo avuto modo di assistere a un tuo concerto nell’ambito del Festival Jazz di Villa Celimontana; il progetto che presentavi si chiamava Polaris Burning ed era molto interessante. Ha poi avuto un seguito?
R: (Maltese) Il progetto sta andando avanti, purtroppo senza Barbara Cola e questo mi dispiace molto perché vocalmente si era inserita molto bene. Stiamo testando altre cantanti e speriamo alla fine di trovare quella giusta. Indubbiamente non è facile, perché non è soltanto un fatto di bravura, di interpretazione e di voce, ma è anche legato a quanto tu sei vicino a Gershwin, che è un autore abbastanza difficile: non basta saper cantare Summertime, ma è necessario proprio entrare dentro a un certo tipo di mentalità. Comunque è un progetto particolare che non voglio accantonare: c’è un DJ che porta il ritmo e crea l’atmosfera su cui si vanno a mischiare le melodie e le armonie della chitarra e del pianoforte insomma, può diventare accattivante.
D: Ci sono altri progetti di cui ci volete parlare?
R: (Maltese) C’è un trio che sto cercando di portare avanti con un vibrafonista e un bassista, che poi è Gabriele Lazzaretti, ex Elettrojoyce. Il vibrafonista invece è Andrea Biondi, che ha partecipato con me e con altri musicisti alla tournée di Luigi Cinque in Yemen e Pakistan. Spesso quando si va in giro insieme vengono in mente nuove idee e così abbiamo deciso di mettere su questo trio e di suonare i pezzi dei Beatles, gruppo che tutti e tre amiamo, trasformandoli con degli arrangiamenti jazzistici un po’fusion. La line up comprende appunto vibrafono, chitarra/tromba e basso. Poi c’è l’Orchestra, anzi forse questa è la cosa che si sa di meno: c’è un arrangiatore che si chiama Marco Micini che ha deciso di prendere i pezzi del Banco, riarrangiarli e portarli possibilmente a qualche festival jazz, cantati da Francesco, però con degli arrangiamenti completamente nuovi, jazzistici. È una cosa veramente molto molto interessante.
R: (Calderoni) Io invece sono fiero di far parte di questo quartetto che si chiama Samadhi, con Massimo Alviti alla chitarra, Luca Barberini al basso e Alessandro Papotto ai fiati. Abbiamo fatto una serata un mese e mezzo fa al Bi Bop che è andato molto bene. C’è una bella energia in questo progetto, è il tipo di musica che ci vuole per me.
R: (Maltese) Io prendo la palla al balzo per allacciarmi al discorso di Piero perché con Massimo Alviti, che è un chitarrista e compositore molto valido, abbiamo un duo acustico con cui parteciperemo tra poco al festival acustico di Sarzana. Massimo ogni tanto mi invita in queste sue avventure e penso che presto lo farà anche con i Samadhi, perché Alessandro Papotto è impegnato per un lungo periodo a Taranto con la banda della Marina.
A cura di PAOLO CARNELLI
(Editor di Wonderous Stories)

Claudio Costantino








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