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A Cremona si studia il rock progressivo britannico

Intervista a Serena Facci, docente della Facoltà di Musicologia di Pavia/Cremona. "Questo convegno - ci dice - è una sfida nata da uno studioso di avanguardie del XX secolo, Gianmario Borio, e un’etnomusicologa, io. Credo che sia ora di abbattere qualunque steccato". L'atteso convegno su "Composizione e sperimentazione nel rock britannico: 1966-1976" si terrà a Cremona il 20 e 21 ottobre 2005

Cremona lascia, per un momento, lo Stradivari per imbracciare la chitarra elettrica. Il rock progressive arriva all’università come oggetto di studio, di approfondimento culturale. Come avevamo anticipato nei giorni scorsi ci sarà un consesso internazionale, il 20 e 21 ottobre 2005, su “Composizione e sperimentazione nel rock britannico: 1966-1976″. Il convegno è organizzato da Gianmario Borio e da Serena Facci per conto della Facoltà di Musicologia dell’Università di Pavia/Cremona. Il convegno è inteso anche come momento di confronto tra esperti della composizione novecentesca e studiosi di popular music.

Si focalizzerà l’attenzione su un ambito particolare dell’universo progressive, quello più strettamente collegato all’innovazione sonora e ai suoi riferimenti culturali e politici. Previsti corpose e dotte relazioni ed un workshop musicale con un inedito trio italo-inglese…

Un’iniziativa encomiabile che permetterà di approfondire una stagione altamente creativa che dette una svolta significativa alla popular music

In vista dell’evento abbiamo rivolto alcune domande a Serena Facci docente della Facoltà di Musicologia di Pavia (sede di Cremona), dove insegna Etnomusicologia e Musiche popolari contemporanee. Da sottolineare che la docente ha studiato Etnomusicologia con Diego Carpitella.

Nella presentazione del consesso di Cremona c’è un richiamo ai Beatles di Sgt Pepper’s, al concept album, come punto di inizio di un nuovo corso. In tal senso anche il convegno dell’Università di Chieti del 2001 su “Dopo i Beatles. Musica e società negli anni 70” (raccolto in un volume per l’editore Carabba, ndr). Ma all’epoca, nei 70, non ci sembrava che fosse così… Cito un passo di Riccardo Bertoncelli da “Il Pop inglese” (AA.VV. Arcana Editrice 1974): “… I Beatles carezzano violini e fiati nel carillon del Sergent Pepper’s, la fiera della vanità che sigilla il beat una volta per tutte, con pennacchi e code di volpe”.
Già, i Beatles di Sergent Pepper’s… inizio o fine? Inizio del prog o fine del beat?

Forse tutte e due. Probabilmente il beat aveva segnato una stagione che alla vigilia del ’68 si stava chiudendo e con essa si sarebbe esaurita, di lì a poco, anche l’esperienza dei Beatles. Ciò non toglie che Sgt. Pepper’s , ma in fondo già Revolver, siano stati degli apri-pista per il fenomeno del rock progressivo, se con esso (a posteriori) vogliamo intendere una stagione eclettica di ricerca sulla musica.

Non è possibile pensare i Beatles come un gruppo progressive, ma senza di loro e senza la gigantesca macchina produttiva che li sosteneva e assecondava, non so se il rock inglese degli anni ’70 sarebbe stato quello che conosciamo.

La focale convegnistica è incentrata sul pop inglese tra composizione e sperimentazione, come momento di confronto fra esperti della composizione novecentesca e studiosi di popular music…. Una bella sfida…

Una sfida nata da uno studioso di avanguardie del XX secolo, Gianmario Borio, e un’etnomusicologa, io. Credo che sia ora di abbattere qualunque steccato. La complessità del mondo in cui viviamo non ci consente più di ignorarci a vicenda.

E così il rock progressive entra nell’Università… Quello che avete attuato è davvero un convegno di spessore internazionale con contributi scientifici di molti docenti anche stranieri. Cosa ha da raccontare questa musica alle generazioni attuali?

Uno dei motivi che ci ha spinto a organizzare questo convegno è stato proprio l’interesse dei nostri studenti per questo periodo musicale, che in parte dipende da questioni di gusto (in fondo si produceva bella musica). Ma non penso che si tratti solo di questo. Ciò che affascina di quel periodo sono anche le modalità e le motivazioni ideali dei processi creativi, che erano nuovi e per molti versi peculiari.

Colpisce anche il workshop musicale con un inusuale trio italo-inglese… La presenza nel contesto di Tony Pagliuca può essere visto anche come una sottolineatura del ruolo del prog italiano. D’altronde Le Orme furono il gruppo che anticipò e fece da apristrada…

Questo work-shop è stato pensato come la ricostruzione esibita e spiegata, a distanza di 40 anni, dei modi di produrre musica usati allora. Una bella sfida e bisogna veramente rendere onore ai tre professionisti che l’hanno accettata, con intelligenza e disponibilità. Volutamente abbiamo invitato musicisti che provenissero da esperienze differenti. Lo stile dei gruppi degli anni ’70 era armoniosamente condizionato dalla formazione individuale (non sempre omogenea) dei componenti. Quanto al rapporto tra il rock inglese e quello italiano non posso che essere d’accordo con quanto ha detto lo stesso Pagliuca in un’intervista rilasciata a questa stessa testata. Le Orme, come altri gruppi italiani, seppero cogliere la spinta innovativa che veniva dall’Inghilterra ed ebbero stretti contatti con i musicisti inglesi.

I due musicisti inglesi presenti sono sintomatici di un percorso artistico e della varietà delle sfaccettature del rock britannico del decennio 1966-1976 da voi approfondito… Il pop inglese ha tante sfaccettature e chiavi di lettura

Tutti gli studi musicologici su quel periodo insistono sull’eterogeneità degli stili, fino a sostenere, in parte a ragione, che il progressive non sia un vero genere musicale, come il beat o il rock & roll. Ma questo è interessante: giovani e valenti musicisti poco più che ventenni traevano ispirazione da tutto ciò che girava nell’aria: innovazioni letterarie e dei linguaggi visivi, nuove tecnologie, concezioni spettacolari delle performance, ma anche riscoperta del folklore, della musica colta, della sperimentazione jazzistica. Tutto era utilizzabile e amalgamabile per poter essere fruito, comunque, da migliaia di giovani.

Tu sei un’etnomusicologa. Ci puoi sottolineare i contatti tra il pop e la musica popolare? Penso ai Jethro Tull, Pentangle, Fairport Convention, a Donovan ma anche al Canzoniere del Lazio o, per altri versi, agli Area.

Ci vorrebbe un altro convegno! Posso solo dirti che il rapporto tra le tradizioni popolari e i linguaggi “popular” del XX secolo ha avuto tantissime e controverse stagioni in Europa. I musicisti che citi rappresentano sfumature diverse del rapporto tra il rock e le tradizioni locali. L’esperienza del Canzoniere del Lazio, per esempio, è stata sintomatica di quanto avveniva in Italia in quel periodo: alle spalle c’era un interesse reale e uno studio dei reepertori rurali da parte di musicisti che invece erano di estrazione cittadina, c’era una forte motivazione politica come spesso in quegli anni, ma c’era anche la volontà di fare evolvere il linguaggio musicale con l’uso di elementi estranei alla tradizione (rock e jazz). Questo però causò non poche controversie all’interno del gruppo anche se i risultati musicali a mio avviso furono sicuramente interessanti.

Ci piacerebbe che gli atti convegnistici, proprio per la ricchezza e la varietà dei contributi, diventassero un volume (magari con cd annesso con la performance musicale)… Pensate ad un’operazione del genere post-convegnistica?

E’ nelle nostre intenzioni pubblicare gli atti. Vedremo poi, d’accordo con i partecipanti musicologi e musicisti, in quale forma.

Sarebbe interessante anche un convegno scientifico sul pop italiano… ritieni sia fattibile un approfondimento scientifico del genere?

E perché no? Penso che sia possibile approfondire qualunque argomento. Nel caso specifico credo che bisognerebbe cominciare dal capire cosa si intende per “pop italiano”. Se vuoi sapere se ritengo la musica (di qualunque genere) prodotta in Italia degna di un convegno, la risposta è sì. L’importante è capire quali sono le domande che quel tipo di musica ci pone.

Indubbiamente la dizione “pop” è un po’ “camaleontica”…

Pop è un termine che ha cambiato significato diverse volte. Un tempo era solo l’abbreviazione di popular, poi è diventato qualcosa che si contrapponeva a rock, oggi è un genere che raccoglie canzoni abbastanza melodiche. In Italia poi la cosa mi sembra ancora più complicata.

Una domanda apparentemente banale ma d’obbligo in chiusura dopo quanto ci hai detto: Beatles o Rolling Stones?

La domanda non è banale. I Beatles, come mi ha detto una volta Philip Tagg, sono già “canone” quasi quanto Mozart e Beethoven. I Rolling Stones sono straordinari professionisti da 40 anni coerenti con una certa immagine del rock. Questo pone delle domande non indifferenti sulla natura del rock stesso. La questione, però, mi sembra ormai da affrontare a livello di storiografia musicale. E, se mi consenti una battuta, ciò non è piacevole per chi, come me, ha l’età per ricordare le accalorate discussioni di allora.

A cura di Gaetano Menna

Per leggere il programma del convegno di Cremona
http://guide.supereva.com/musica_progressive/interventi/2005/09/226580.shtml