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A Genova il prog fa tutto esaurito. Sul palco i mitici Delirium

Delirium e Tempio delle Clessidre (Zarathustra) in un teatro, il Carlo Felice di Genova, tutto esaurito. In platea i nonni con i padri e i padri con i figli. Cronaca della serata (e del backstage) di Riccardo Storti, del Centro Studi Prog Italiano

A Genova il prog fa tutto esaurito. E non solo per una sera. Il 13 gennaio i New Trolls al Carlo Felice, quindi ieri (8 febbraio) al Teatro della Gioventù per la rassegna Rockland, curata e organizzata dalla Black Widow.

Il menu ricco, succulento, dai mille gusti e retrogusti. Prima i Delirium, prossimi al battesimo del quarto album (prodotto dall’etichetta genovese); poi Il Tempio delle Clessidre di “Lupo” Galifi ed i suoi ragazzi, pronti a riprendere le fila di Zarathustra.

Fuori piove, ma la gente arriva lo stesso (in TV c’è il Grande Fratello…). Un gruppo di ragazzi è salito addirittura dalla Basilicata per ascoltare il ritorno progressive di Lupo, i fan dei Delirium si distinguono per la varietà anagrafica. I nonni con i padri e i padri con i figli.

Tra il pubblico, ci si conosce; quando si dice la nicchia. Ma quanti siamo? Enrico Castagni (Nuova Idea), i gemelli Terribile e Franco Piccolini (Il Cerchio d’Oro), Gianni Martini (Assemblea Musicale Teatrale, nonché musicista di Gaber), Pit Corradi e Enzo Merogno del Museo Rosenbach, il paroliere Mauro La Luce, Franco Vassia di “Nobody’s Land”, il critico jazz Guido Festinese, alcuni collaboratori del CSPI (Pietro Dacci, Athos Enrile ed Enrico Pietra – per l’occasione inviato da e per Mentelocale).

I Delirium si presentano con il loro sound: Martin Grice e i suoi fiati si dividono il terreno dell’improvvisazione con il chitarrista Solinas; la ritmica emerge abbastanza ben collaudata (un Di Santo piuttosto in forma e un Chighini con quella nota funk che non guasta mai); Ettore Vigo incolla con le sue tastiere motivi e sonorità. Evergreen dagli LP storici, qualche 45 giri meno noto e rimaneggiato (E’ l’ora), un medley dei Jethro Tull, l’ultima canzone (Notte a Bagdad) e una chiusura da brivido con With a Little Help from My Friends in salsa Cocker. Una buona tenuta sul palco per un repertorio, comunque, sicuro e, ormai, testato da tempo.

Zarathustra 34 anni dopo. Una scommessa dalla posta alta. Il primo a puntare le fiches sul tavolo è stato lui, Stefano Galifi, in arte Lupo, la voce di quel disco. L’unica possibile. A crederci, un gruppo creato per l’occasione (Il Tempio delle Clessidre), composto da musicisti giovani e assai preparati, provenienti da esperienze diverse (Hidebehind, Narrow Pass e Butterfly Factor): Elisa Montaldo (tastiere), Gabriele Guidi Colombi (basso), Massimiliano Costacurta (chitarra) e Corrado Pronzati (batteria).

Sono bastate le prime note e l’entrata vocale di Lupo…Una time machine capace di catapultarti nel 1973. Nulla è mutato. Sensazioni difficili da tradurre in parole. Appena il superuomo tocca l’apice del suo corposo acuto e si scatena il calcolato caos rutilante della band, la platea prova una leggera vertigine collettiva. Il patron della Black Widow, Massimo Gasperini, ed il sottoscritto – si sa – hanno idee musicali molto diverse. Talvolta, seppure con garbo, si polemizza senza escluderci colpi critici. Eppure, ieri sera, mentre Lupo raccontava Zarathustra, ci siamo accorti entrambi di avere gli occhi lucidi dall’emozione. Musica omnia vincit.

Alla fine raggiungo la band nel backstage. Sembravano usciti da una performance atletica: il Guidi Colombi mostrava visibili segni di affaticamento; Elisa – ansiosa - cercava di capire come fosse andata con lo sguardo di Betty Bop; Costacurta si lamentava per una scordatura come il suo omonimo rossonero avrebbe fatto per un gol sbagliato (Massimiliano non aver paura di scordare un arpeggio di rigore non è mica da questi particolari che si giudica un suonatore); Pronzati pareva uscito da una sauna finlandese. Zarathustra è duro, ma che soddisfazione. E Lupo? Fresco come una rosa. Il pubblico era tutto per lui.

Si spengono le luci in sala. Bella serata. Saluto Massimo: riconosco nell’aria note familiari. “Massimo: è Dead Bees on a Cake di David Sylvian!”. Risposta: “Sì, ma è il Sylvian più soft…quello che piace a te”. Stretta di mano. Siamo tornati quelli di prima.

Riccardo Storti

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