Compagnia La Giostra, cantastorie della Sicilia di ieri e oggi

Il nuovo disco, "Fabularabula", si inserisce in un programma di recupero della più autentica immagine della terra di Sicilia, che rifugge dalle sclerotiche iconografie per esprimere la tradizione che muta e si rinnova.Una Sicilia che si destreggia tra suoni aspri e dolci, come due facce della stessa medaglia, della stessa terra

Compagnia La Giostra; pubblica ora il suo terzo cd “Fabularabula” (Rai Trade/Videoradio, www.videoradio.net), con il suo affascinante mix di suoni mediterranei e medioevali.

Bella la cover con il sole-arancia… «Questo lavoro discografico - dicono gli artisti - si inserisce in un programma di recupero della più autentica immagine della terra di Sicilia, che rifugge dalle sclerotiche iconografie per esprimere la tradizione che muta e si rinnova, pur mantenendo coerenza stilistica ed estetica. Esso può essere paragonato ad un viaggio musicale immaginario in un tempo che, seppur lontano, certamente riecheggia come l’eco di un medioevo profano e povero ma anche allegro, ironico e burlesco».

Nelle tracce dell’album c’è un susseguirsi di atmosfere erranti, che esplorano la musica mediterranea, rendendola viva e piena di colori, come era senz’altro dal Duecento al Cinquecento. La ricerca musicologica strumentale e vocale del gruppo è una libera interpretazione della cultura medioevale.

Vengono utilizzati riproduzioni originali di strumenti medievali e cinquecenteschi; ne elenchiamo qualcuno: la “citola” che è una sorta di chitarrina battente a otto corde; c’è anche il “citolone”, una chitarra liuto a sei corde, che presenta una forma vicina al liuto rinascimentale ma con fondo piatto e con l’accordatura della chitarra; un suono melodico e antico è dato dal kemençek, strumento ad arco a tre corde proveniente dalla Turchia; la nickelharpa, sempre ad arco, si suona con le corde sfiorate da piccoli tasti di legno e non dalle dita; incuriosisce anche riqq, un tamburello con la membrana di pelle di pesce (frequentemente di cernia). E ancora cornamuse, ciaramelle, bombarde,

flautini, tamburi, tamorre… i suoni della terra e dell’acqua, in una Sicilia al di fuori del tempo.

La Compagnia si esibisce utilizzando dei costumi di scena; anch’essi sono frutto di un’accurata ricerca storico–culturale; si ispirano alla tradizione ma con elementi di originalità.

Lo stile prediletto è quello del cantastorie,a volte ironico, a tratti giullaresco, caratterizzato da un incalzante susseguirsi di parodie, sonetti, brani vocali e strumentali che invitano alla danza, interazioni a sfondo satirico con il pubblico che mettono in risalto la teatralità dell’azione scenica.

Tutto ciò perché - ci fanno comprendere i musicisti siciliani - il passato non è “museale”, ma vivo e vitale, da interpretare e “ri-creare”.

Un sound che ha una patria ma è anche figlio del “sole” (elios in copertina) e quindi senza confini. La cornamusa del brano di apertura, “A guerra nunnè santa”,  ci riporta ad atmosfere scozzesi e nordiche. Lo strumentale “Greganika” ha invece sapori e profumi mediterranei e balcanici…  un altro strumentale “La moresca” ha mille influssi ed aromi, contrappuntati da un ammaliante violino che ci fa viaggiare nel tempo e nello spazio.

“La ballata di Pippinu Impastatu”, proposta con il modo dei cantastorie, ci riporta alla memoria  la figura di Giuseppe Impastato, attivo come l’Orlando Furioso siciliano contro la mafia della Sicilia degli anni Settanta, dilaniato dal tritolo mafioso… Con l’invito dei cantastorie a non dimenticare…

Da Impastato al bandito Salvatore Giuliano in quel mix contraddittorio di movimento separatista, brigantaggio, mafia e stragi (La Portella della Ginestra).

C’è una Sicilia - ci fa comprendere l’ensamble - che si alterna tra “fabula” e “rabula” (tra sogno e realtà, tra favola e rabbia: “ràbula” dal latino rabere, essere rabbioso…). Una Sicilia che si destreggia tra suoni aspri e dolci, come due facce della stessa medaglia, della stessa terra.

I detti popolari e le filastrocche di “Campa cavallu kalebba crisci” e “Trinà” sono un pò il manifesto “filosofico” di questo disco, tra canzone tradizionale e canto di protesta, dove appare anche il suono del marranzano (strumento finalmente rivalutato dal suo ruolo di stereotipo della sicilianità e sicilitudine).

Non mancano i momenti popolar-religiosi (”Santaluna” ed il suo inno Viva Maria); c’è il ballo come componente correlata (il finale strumentale “Duende” ce lo ricorda) e poi belle e affascinanti canzoni, una tra tutte “Comu na matri”, dai toni tenorili…

Quella della Compagnia della Giostra è  una Sicilia antica (e moderna) da esportazione  - come l’arancia, frutto simbolo di questa terra, che occhieggia in copertina tra tanti simboli culturali e popolani legati all’isola - che in estate  sarà in tour anche in Finlandia. E girerà per le tante “feste medioevali” che caratterizzano il Belpaese.

Gaetano Menna

 

 

 

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