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Vince Vallicelli, formidabili quegli anni

Intervista al batterista forlivese: il Festival di Aavanguardia e Nuove tendenze di Viareggio, gli Hellza Poppin, gli Uno, la Londra della love summer... fino all'innamoramento per il blues, ed il suo nuovo disco che unisce funky e dialetto forlivese

Vince Vallicelli, gli appassionati di prog, in particolare del neapolitan power, lo ricorderanno negli “Uno”, la band del dopo-Osanna con Danilo Rustici e Elio D’Anna (stranamente senza bassista, ma dal vivo si unirà al trio Corrado Rustici). Era il prog che respirava l’aria di Londra, che ambiva a conquistare la madrepatria dei nuovi suoni pop.

Vallicelli, non è napoletano ma forlivese. Nel trio degli Uno sarebbe dovuto entrare Toni Esposito, poi non se ne fece nulla. E i due big degli Osanna  puntarono, non a torto, su questo batterista  forlivese che si era fatto notare in una jam session. Dopo gli anni ‘70 sono state molteplici le esperienze di questo talentuoso batterista dall’anima blues (e lo troviamo anche al fianco di Eugenio Finardi proprio in “Anima blues”). L’ultimo capitolo è un particolare disco solista - “Com’un can sota la lona” che unisce la Romagna al blues, al funky…

Abbiamo intervistato Vince Vallicelli, con cui abbiamo ripercorso tutta la sua formidabile carriera, gli anni straordinari negli Uno - e tutte le molteplici feconde esperienze, in formazioni come gli Hellza Poppin - fino a giungere ai “guaiti alla luna”…

 

Il tuo primo gruppo a Forlì fu “Secolo 2000”… raccontaci le prime esperienze giovanile, sui banchi di scuola… che atmosfera si respirava? Quali i modelli, i miti? 

Si, stiamo parlando  del ’64/65 era appena uscito Love me doo dei Beatles e diventarono    immediatamente  i miei miti , suonavo in cantina  i fustini del Dash e le botti vuote di  legno che mio nonno usava per il vino, e ricordo che venni chiamato da un’orchestra di Enzo Poggi per sostituire un batterista che se n’era andato. Per me fu la prima ed importante esperienza  davanti ad un pubblico e, credimi, avevo una paura folle; ma fortunatamente il capo orchestra mi considerava come un figlio (anche perché ero il più piccolo), e questo mi aiutò molto a superare l’emozione. Stetti un anno con Enzo Poggi poi la musica inglese e americana cominciava ad entrarmi nelle vene e con Lele Toni e Landi Vannim rispettivamente basso e chitarram formammo il  “Secolo 2000”.  Fu bellissimo, suonavamo a Rimini allo Jè Jè, alla Quinta Dimensione, alla Locanda del Lupo, all’Altro Mondo, e ci si incontrava spesso col Balletto di Bronzo, coi Moby Dick (stupendo gruppo napoletano) e si faceva mattina a parlare di musica e dei  nostri miti. 

 

Intorno al 1970/71 entrasti nei “Silver ed i Baci” del cantante e chitarrista Silver Soprani e con quella formazione, se ricordo bene, partecipasti anche al Festival di Avanguardia e Nuove Tendenze di Viareggio… ricordi l’atmosfera di quella manifestazione che ebbe una grande risonanza? 

Si, ricordo bene quel periodo… conobbi Mia Martini  e i Trip, e si respirava musica da tutte le parti,  era quello che ci interessava ed era quello che volevamo… proporre con la nostra personalità,  a prescindere dal business che le case discografiche stavano già attuando. 

 

Suonavate spesso al mitico locale “All’Altro Mondo” di Rimini come spalla dei principali gruppi italiani… una bella gavetta e tanti incontri… Che genere facevate? 

Allora come già ti ho detto si ascoltava musica d’oltre oceano  americana ma soprattutto  inglese  e ovviamente i nostri idoli erano Beatles, Rolling Stones,  Led Zeppelin, Deep Purple, Free, Taste, Black Sabbat, Spencer Davis,  Animals,  Traffic, Soft Machine, King Crimson, Genesis, E.L.P.Gentle Giant,Vanilla Fudge, Van der graf generetor,  Jimi Hendrix,  Frank Zappa, Crosby Still Nash & Young, Jefferson Airplane,  potrei andare avanti all’infinito. 

 

A novembre del 1971  lasciasti la band e con il chitarrista Vanni Landi ed il bassista Paolo Silvestri fondasti gli Hellza Poppin; con voi si unirono il fiatista Flavio Fiorini ed il tastierista quindicenne Franco Masotti… Il nome del gruppo cos’era un omaggio alla pellicola…? 

Il nome del gruppo nacque dopo aver visto quel famoso film, appunto Hellza Poppin, e il genere musicale si avvicinava sempre al rock/blues. 

 

Con gli Hellza Poppin pubblicasti il primo 45 giri, curiosamente uscito, con lo stesso numero di catalogo, in due differenti versioni. Il lato B era sempre lo stesso, cambia il lato A. Parlaci di quel disco… Pensavate anche a un 33 giri? 

Incontrammo a Faenza il signor Galletti, allora  patron ed editore della Boston/Galletti,  che, dopo averci sentito suonare a Faenza, ci propose di stampare un 45 giri (molto ricercato dai collezionisti) perché il 33 giri  avrebbe avuto dei costi troppo alti; ricordo che andammo nello studio Zanibelli Records sul naviglio a Milano e lì stava registrando Red Canzian  allora chitarrista dei Capsicum Red. La cosa bella è che sono ritornato tre anni fa con Eugenio Finardi Anima Blues  nel medesimo studio  chiamato oggi Officine, di proprietà  di Mauro Pagani. Sono state, credo, importanti le esperienze con gli Osage Tribe (nell’ultimo periodo di attività della band prima dello scioglimento) con Cucciolo e Red Canzian, con Claudio Rocchi… parlaci un attimo di questi incontri, dei musicisti con cui hai suonato… Che ricordi hai di quell’esperienza…Fu un’esperienza breve ma molto intensa, conobbi gli Osage alla Taverna Verde a Forlì e   rimasi stupito dall’energia e dal sound molto rock blues, il bassista era Piero Marchiani di  Forlì e considerando che Cucciolo partiva per i militari lo sostituii per un piccolo tour. Fu una grande esperienza andavamo a suonare nei cinema alla mattina per le   scuole…bellissimo….. ricordo a Forlì al cinema Apollo un concerto memorabile era pieno zeppo…..che emozione. 

 

Quindi, intorno a metà degli anni ’70, quando gli Osanna si sciolsero, formasti con Elio D’Anna e Danilo Ruistici ( e con l’aggiunto di Corrado Rustici nei concerti) fondasti gli Uno, il tuo primo ellepi. Come avvenne l’incontro con i due ex Osanna?  

Suonavo sul lungomare  di Rimini con gli Hellza Poppin all’Oriental Club  e alla fine del concerto decidemmo di andare all’Altro Mondo allora meta e ritrovo di jam session e quella sera conobbi Danilo Rustici, Elio D’Anna  e Toni Esposito. 

Salirono sul palco Danilo, Elio e Toni e cominciarono a suonare poi dopo un po  (io ero dietro al palco mi interessava seguire da vicino quello che succedeva) vidi Toni che se ne andò, a quel punto Danilo disse se c’era qualche batterista in sala che avesse voluto jammare con loro,  e io che non aspettavo altro mi misi sullo sgabello di quella bella Ludwig e cominciammo a suonare……. ecco praticamente quella fu la nascita spirituale degli Uno. Poi ci salutammo e per sei mesi non sentii più nessuno finché una mattina alle undici arrivò a svegliarmi mia madre e mi disse…alzati c’è una telefonata per te da Napoli….non ci potevo credere era Danilo che mi proponeva di entrare negl’Uno e di andare a Londra  a incidere. Di li in poi il mio percorso artistico cambiò, per me fu la più importante  esperienza della mia vita.Di li a poco si aggiunse al basso Corrado Rustici fratello di Danilo. 

 

Come Uno incideste a Londra, a contatto con il pop inglese… e registraste anche una versione inglese del  33 giri per il mercato straniero… Sentivate forte l’esigenza di uscire, non solo metaforicamente, dai confini…  

Eravamo mentalmente proiettati nell’avanguardia e nella ricerca sull’originalità più che sulla tecnica ecco il motivo iniziale della scelta di suonare senza basso e di sostituirlo con pedaliere della Echo collegate a riverberi Binson a nastro  (ascoltare Stay with me) ma per il discorso dell’inglese pensavamo di comunicare col mondo intero e quindi scegliemmo di fare il disco metà in inglese  e metà in italiano. 

 

Che atmosfera si respirava a Londra? Parlaci un attimo di Londra dell’epoca del fascino che suscitava nei musicisti, delle esperienze, dei concerti… 

Guarda Londra per  noi era in assoluto la capitale della musica, abbiamo registrato sei mesi ai Trident Studios  a Kings Road, con Dennis Macckay allora ingegnere del suono dei Queen   e Nick Sadwisch paroliere dei Pink Floyd  e l’atmosfera era magica talmente impregnata di musica che non c’era nemmeno il tempo per uscire e andare sentire concerti, però andammo al Marquee Club storico locale londinese a sentire i Queen davanti a 200 persone (non erano ancora famosi) e fu incredibile, di li a poco diventarono famosi a livello mondiale. 

 

Gli Uno, molto trascinanti ed originali, stranamente non avevano un bassista (sul disco)…   

Al posto del basso (inizialmente) usavamo dei bassi a pedale. 

 

Quel progetto, certo ambizioso, ha avuto vita breve. Come mai? 

Non sono mai riuscito a capirlo, forse eravamo troppo avanti, oppure non abbiamo avuto il riscontro dal pubblico perché eravamo visti troppo dall’alto, forse ci voleva un contatto più umano. Ci presentavamo sul palco come dei marziani, Danilo e Elio suonavano dentro due piramidi  bianche di stoffa  ed io suonavo dentro una cupola geofisica di metallo….fate un po voi!  

 

I testi, in inglese, erano del paroliere Nick J.Sedwick (che collaborerà anche con i Nova) … 

Ricordo che Nick venne a Napoli a scrivere i testi con Danilo Rustici; era un gran soggetto, stava in silenzio tutto il giorno, mangiava pochissimo e leggeva in continuazione…si nutriva di parole; gli piaceva da matti il caffè, ne beveva una decina di tazzine al giorno…. 

 

Molto bella la copertina. E quella per la versione inglese fu realizzata addirittura dalla Hipgnosis, che ha firmato le cover art di  Pink Floyd, Led Zeppelin, Peter Gabriel… 

Si in quel periodo andavano molto le copertine psichedeliche, però l’idea nacque da Danilo, come quasi tutte le idee sugli Uno nascevano da lui, era geniale innovativo e molto spirituale.  

 

Al termine di questa esperienza, nel 1975,  tornasti in Italia, mentre i tuoi compagni di viaggio formarono i Nova… non proseguisti  l’esperienza londinese…  

Si quando tornammo da Londra facemmo il tour in Italia,  e ci fece da spalla  il grande Tito Schipa Junior  e ricordo che ai concerti c’era molta gente ma non so perché non funzionò, poi avevo bisogno di soldi e volevo ritornare con gli Hellza Poppin che stavano rinnovando un contratto discografico con la Boston/Galletti per un nuovo disco, così lasciai gli Uno. 

 

Gli Hellza Poppin allora, se ricordo bene, si stavano orientando sempre di più verso la  musica da ballo. Partecipasti dunque alla fase finale della band che si sciolse definitivamente nel 1978. Cambiò nome in Zebra Crossing. 

Si dopo gli Uno ebbi un paio di esperienze con Pier Filippi un noto showmen  romagnolo che cantava  come si suol dire alla Frank Sinatra (tra l’altro incontrai Alessandra che poi diventò mia moglie), poi tornai con gli Hellza Poppin che si stavano per sciogliere e col mio rientro formammo gli Zebra Crossing prodotti da Mario e Josy Capuano produttori romani di musica commerciale sul genere Eart Wind & Fire,  con Vivien Houston di New York alla voce, Claudio Golinelli (bassista di Vasco) al basso, Carlo Pennisi alla chitarra, Valerio Galavotti al sax e flauto, e Daniele Puntiroli alla tromba (purtroppo scomparso cinque anni fa). Facemmo un bel disco e firmammo un contratto con la EMI/EAR etichetta olandese capitanata da Frank Jansen. Organizzarono un tour in  Olanda e Inghilterra  e, non ci crederai, ritornai a Londra a Piccadilly Circus all’Empire Theatre per un mese. Poi tornammo in Italia e la band si sciolse…Vivien andò a New York, Pennisi tornò a Roma a lavorare in studio, i fiati si misero a scrivere colonne sonore ed io e Golinelli entrammo nella band di Gianna Nannini… 

 

Cominciasti a suonare con i big del momento… 

Sì,  feci l’esperienza delle “attrazioni” con Gianna Nannini, Eugenio Finardi (dove suono tutt’ora), Pierangelo Bertoli (come vedi sono tre artisti che hanno a che fare col blues) e quella più interessante col maestro Henghel Guldi dove imparai a suonare con la big band. 

 

Decisivo fu l’incontro, nel 1984 con l’armonicista Andy J. Forest con cui scopri appieno e ti appassioni al blues…  Blues ma anche groove, fusion, insomma ritmo, energia… Due dischi all’attivo e la partecipazione al Festioval Jazz di Montreaux… 

Si l’incontro con Andy J.Forest è la seconda tappa più importante della mia carriera perché di li in poi non smetterò più di seguire quelle orme (blues) e di ritornare piano piano alle mie radici forlivesi. 

 

Arrivano i dischi a tuo nome, il live My Experience e gli incontri a due con Cheryl Porter, Billy Gregory, James Thomposon e Enrico Crivellaro… insomma tutte belle esperienze non c’è che dire… 

Dopo anni di gavetta ad accompagnare americani più o meno famosi decido di formare una band a mio nome e di  cominciare a scrivere brani originali. Suono per il lungo e per il largo in tutta la Penisola riscuotendo grandi consensi ovunque fino a raggiungere, e a vincere, nel 2002, l’Italian Grammy Awards come miglior batterista  e miglior blues band italiana. 

 

Molto interessante il recente disco con Eugenio Finardi che riscopre la sua “Anima blues”… 

Eugenio ha sempre avuto nel cuore il blues sin da bambino, ricordiamoci che è bilingue, poi ha sempre sostenuto che c’è chi si compra la bella macchina o il bel vestito, invece lui si è regalato una bluesband  con musicisti che stima e apprezza, anche se sono io un po il fautore di Anima Blues in quanto quando ci incontrammo nel 2003 a Cesenatico per il memorial a Giulio Capitozzo  il batterista degli Area, suonammo  Diesel  in jam e venne fuori un sound alla Buena Vista Social Club di Ry Cooder.  Rimasi così entusiasta di quella jam che di li a poco,  telefonai ad Eugenio e gli proposi di fare una bluesband. Accettò senza esitazioni e oggi Eugenio Finardi Anima Blues sono una stupenda realtà. 

 

Parliamo del tuo ultimo disco, Com’Un Can Sota La Lona”, che è stato edito dalla celebre etichetta di world music HKM. Indubbiamente è  un progetto originale e innovativo che ti spinge oltre i confini del blues, per avvicinarti alla world music… Al tuo fianco sempre Pippo Guarnera ed il suo hammond vintage ed evocativo… 

Ho maturato questa decisione da anni  perchè volevo fare un progetto totalmente originale con  rischi e  tempi diversi dai soliti,  forse è l’età che ti porta a ponderare meglio chi sei,  cosa fai e da dove vieni. Ho potuto fare tutto questo con l’aiuto di musicisti straordinari che hanno creduto nel progetto, in particolare: Pippo Guarnera , Antonio Gramentieri, Elisa Ridolfi, Leon Price, Enrico Crivellaro, Luisa Cottifogli, Zano e Bolok, Mirko Monduzzi,e soprattutto il fonico Franco Naddei . 

 

Perché come un cane sotto alla luna? Come mai la scelta  di proporre un disco cantato in dialetto forlivese? 

Come un cane sotto la luna perché un po quel cane sono io, poi perché è una frase abbastanza ricorrente a Forlì.. Quando ero piccolo e mio nonno mi coccolava,  parlavo in dialetto forlivese e quindi mi è sempre rimasta la voglia di esprimermi in questa lingua, poi come ti ho detto è l’età che ti porta a ragionare in questi termini, quando ero più giovane avevo tante energie che a volte buttavo al vento, invece ora devo dosarle tutte ….. in atmosfere,colori, sensazioni, ed emozioni. 

 

Qual è il tuo rapporto con la tradizione, con la cultura della tua terra? Uno, riferendosi alla Romagna, pensa alla piadina ed al lambrusco, all’orchestra Casadei o a quella di Henghel Gualdi (con cui, tra parentesi hai inciso anche un disco live)… le balere, il liscio… poi ascolta il tuo disco… e capisce che c’è un mondo diverso al di fuori dei clichè… 

Bravo hai colto il punto, io sono romagnolo e nato e cresciuto  nelle balere, con un’esperienza che oggi purtroppo i giovani non possono più fare, ma che è stata fondamentale per la mia crescita umana e musicale. Mi ricordo quando suonavo il valzer di Strauss con Secondo Casadei  e alla fine del brano il maestro mi faceva alzare in piedi …wow…. il pubblico applaudiva (avevo 18 anni) un’emozione unica, poi ho anche suonato con Germano Montefiori, Ivano Nicolucci, ed Henghel Gualdi e ricordo che la gente quando veniva a trovarci portava il ben di Dio, salami, vino, pane casereccio, olio, insomma c’era questo scambio umano che era alla base dei rapporti, quindi ora puoi capire perché ho deciso di fare un disco  in dialetto, però con una musica diversa dal liscio. 

 

All’ascolto colpisce l’ unire tradizioni e strumenti diversi: dal funky parlato alle atmosfere calde di mandolino e fisarmonica, dal banjo alle chitarre elettriche. Il tutto poi unito alla tradizione linguistica forlivese… 

Siamo nel 2007 e vivo pienamente tutte le contaminazioni umane, religiose, e culturali. Non dimentichiamoci che è la musica che aiuta i popoli a crescere ed a unirsi per un mondo migliore, fatto di solidarietà, lealtà, ma soprattutto amore per l’umanità.. 

 

a cura di Gaetano Menna 

 

 

La recensione diCom’Un Can Sota La Lona”

http://guide.dada.net/musica_progressive/interventi/2007/10/310320.shtml

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