

TORINO - “Aria Mediterranea”, il primo ellepi solista di Marcello Capra, uscì nel 1978 per l’etichetta torinese Mu Records, 30 anni fa.
Venne pubblicato in versione cd, nel 1994 da Mellow Records con altro titolo (”Imaginations”) ed altra cover; racchiudeva la ristampa dell’album del ‘78; e tutta una serie di inediti registrati sedici anni dopo con inflenze new age. Meditazione e spiritualità.
La copertina originaria del 33 giri di “Aria Mediterranea” era tutta bianca con un gabbiano che si librava… simbolo di libertà ed anche di un “volo libero” al di là delle gabbie dei generi musicali. Mi viene in mente, per assioma, la copertina del disco del supergruppo “Il Volo”, “Essere o non essere?” del 1975…
Con Capra, per realizzare il suo disco solista, furono chiamati alcuni dei più attivi musicisti della scena prog torinese e vale la pena sottolineare l’intrecciarsi di relazioni e collaborazioni che coinvolgevano Arti & Mestieri, Procession, Venegoni & Co, Flash, Esagono… Un grande fermento, una grande vitalità che, per certi versi, ancora prosegue, proprio attorno agli Arti & Mestieri, alla loro attuale etichetta Electromantic (che ha inciso anche il lavoro dei rinati Procession).
Non l’ascoltavo da tempo “Aria Mediterranea” ed ho ritrovato, con sorpresa, il Marcello di oggi ma anche un suono vintage che ricorda un’epoca. Un disco di passaggio tra i due Marcello, quello dei Procession e quello attuale, allo stesso tempo evocativo del suono di una stagione e innovativo (penso non so alle nuove aperture etniche).
Di seguito l’intervista-ricordo fatta a Marcello Capra su quel disco che, trent’anni dopo, merita, a mio avviso, di essere (ri)scoperto.
Cosa rappresentava per te, musicalmente parlando, l’aria mediterranea?
Rappresentava due cose diverse ma assolutamente sovrapponibili, il bacino del mediterraneo con la sua storia millenaria di popoli, che hanno condiviso nel bene e nel male le loro culture, le contaminazioni e le fusioni di sangue, e l’ “aria” come suono melodico-armonico, anch’esso ricco di storia, dolce e salmastro, lieve ma intenso nella sua espressività.
Con te suonava un ensemble particolare, alla ricerca di un suono acustico: chitarre, flauto, violino, basso, percussioni… al tuo fianco il meglio della scena prog torinese… ed un sound particolare.
Sì, scelsi il meglio, in quel particolare momento a Torino, indirizzandomi verso strumentisti di valore; con loro sapevo di condividere il “gusto” del suono acustico, temi e ritmi adatti ad altre “corde” come un violino; suoni ancestrali di flauti, legni, campanelli e mandolino, tipici dell’Europa meridionale. C’erano Claudio Montafia che ora è un affermato maestro di flauto traverso, cosi come Giovanni Vigliar degli Arti e Mestieri per il violino; c’era il mio compagno di conservatorio al contrabbasso. Angelo Girardi sempre con me, prima nei Flash poi nei Procession; e c’era Marco Astariat, mio vecchio amico d’infanzia, primo batterista nei Flash, poi successivamente percussionista (anche in altre formazioni progressive come “Venegoni e Co.” ).
Una sottolineatura anche su un altro musicista della scena torinese, Marco Gallesi degli Arti & Mestieri, che ha prodotto il disco e sull’etichetta torinese MU Records
Marco era il direttore artistico di questa etichetta formata solo da musicisti, vi era anche nell’organico Giorgio Diafferia batterista di Esagono, il gruppo che fece il primo lavoro stampato Mu, dal titolo “Vicolo”; poi ci fu il mio titolo, in seguito le band Zauber, Combojazz, The Paul Kelly Band. Il contatto con gli Arti e Mestieri era naturale tra musicisti che si frequentavano e si ritrovavano solidali, in un ambito di una ricerca strumentale, che fondeva elementi di jazz con il rock e la musica con maggiori radici classiche e popolari come la mia.
Come nacque l’idea del disco solista?
Nacque già in embrione quel giorno che composi “Canto di Mare”… avevo 17 anni; subito mi accorsi che il pezzo era “autosufficiente”, cioè si faceva ascoltare da solo nella “nudità” di una semplice chitarra acustica… continuai a suonare sempre in diverse formazioni, ma ogni tanto, nel privato della mia stanza, componevo qualcosa che si poteva ascoltare in solo oppure insieme a pochi strumenti, compatibili con l’acustica. Mi sembrò giusto, arrivato il momento, nel 77/78, dopo aver eseguito in diversi concerti queste mie musiche, di pubblicarle e fermarle sul vinile.
Siamo nel ’78, si andava esaurendo la linfa del rock progressive, scemava l’attenzione del pubblico, si affacciava il punk… In questo contesto il tuo discorso folk-rock, fuori dagli schemi
Non mi sono mai preoccupato di essere in linea con il gusto corrente, ho sempre continuato stoicamente a seguire il mio principale interesse, quello di fare cose che mi dessero soddisfazione interiore, ho amato e tuttora amo diversi generi musicali, ma non mi sognerei mai di riproporre qualcosa che non mi appartiene.
Questo disco, se ricordo bene, lo portasti live in una formazione prettamente acustica, due chitarre e flauto…
No, la formazione due chitarre e flauto nasce prima con lo spettacolo “Canti e Voci di Raffaele Viviani” portato in scena con la grande Raffaella De Vita; le prime esecuzioni live di “Aria Mediterranea” mi vedono con chitarra, flauto, basso e percussioni, in seguito con l’aggiunta di un violino e in qualche caso solo con le percussioni.
Già, dopo l’uscita del disco c’è stata anche la tua collaborazione con la attrice-cantante napoletana Raffaella De Vita, prematuramente scomparsa. Mi piacerebbe un tuo ricordo di lei, di quella collaborazione…
Raffaella è stata per me una grande maestra di vita… mi ha portato a Roma nel 73 , mi ha fatto anche recitare, oltre che suonare, in uno spettacolo di teatro “Futurista”… ho capito vicino a lei cosa vuole dire comunicare al pubblico emozioni intense; con lei ho girato l’Italia e ovunque c’è stato un bellissimo Incontro con la gente; abbiamo fatto insieme anche concerti solo in due, per i soliti motivi di budget… un’artista bravissima e un’amica insostituibile e indimenticabile.
Sui brani continui a lavorarci nel tempo. E’ il caso della seconda traccia, “Biosfera”. Mi incuriosisce la diversità delle versioni tra quella del disco del ‘78 e quella dell’album di molti anni dopo, che si intitola proprio “Biosfera”.
Biosfera con la 12 corde, è un brano che ho voluto riproporre anche nel cd-album omonimo del 99, perché lo ritengo una delle mie composizioni più complete nei suoi temi, ritmi e armonie…un caleidoscopio di atmosfere ,di umori e sensazioni “folkloriche”; nella versione più recente uso una 6 corde e il tempo è un pò più veloce; il brano diventa più fluido meno “barocco”…ma resta sempre quel mistero legato al nome, un”contenitore cosmico” di vite.
I Procession sono ritornati sul palco, con una nuova formazione promossa da Munciguerra, un nuovo disco, “Esplorare” (Electromantic), che, secondo me, attualizza (e rende giustizia) al suono di un’epoca. Tu che ne pensi?
Penso che sia un ottimo lavoro discografico… la chitarra di Roby è espressiva ed incisiva come non mai, gli altri musicisti hanno interpretato con molto entusiasmo i due album del ‘72 e ’74; il suono elettrico è meno hard ma sicuramente più in sintonia con il gusto attuale… spero ci sia un seguito perché se lo meritano.
Il disco del ’78 venne pubblicato in versione cd nel 1994 riunendo due tuoi lavori sotto il titolo “Imaginations” da parte della Mellow Records, un’etichetta specializzata nel progressive.
Avrei preferito ripubblicare Aria Mediterranea separatamente dagli altri 10 miei brani inediti, ma fu una precisa scelta editoriale di Mauro Moroni, label manager, che fece distribuire all’estero “Imaginations”, tanto che ci sono state alcune recensioni anche da Giappone, Inghilterra, Francia. I brani indeiti, registrati nel 93, erano in parte suonati con l’acustica e l’elettrica… ritengo fossero anche influenzati dalla prima new-age, che esprimeva contenuti di spiritualità e di ricerca interiore. Ho vissuto quel periodo come una rinascita per me, dopo lunghi anni di abbandono della scena musicale. Devi pensare che non potevo più ascoltare motivetti insulsi a volte spacciati come”nuove tendenze”, allora mi rifugiavo verso quei grandi musicisti anche contemporanei come Astor Piazzolla, Egberto Gismonti, Gato Barbieri, Chet Baker, come i maestri del mio strumento e il grandissimo Ravi Shankar.
Aria Mediterranea è stato un “disco di passaggio” dal suono complesso ed elettrico della band a quello acustico e minimalista delle successive produzioni musicali, all’oggi della sola chitarra (chitarra-orchestra mi piace definirla). Percorso impegnativo ma anche difficile da far accettare al pubblico…
Verifico ogni giorno che il problema non è il pubblico, nel senso che quando lo si mette in condizioni di ascolto concentrato, l’apprezzamento è notevole… Il mio MySpace è visitato da persone di tutto il mondo, culture ed origini diverse, musicisti e non, e ti assicuro che ricevo commenti veramente sinceri. L’Italia è da tempo il fanalino di coda di molti altri paesi, per lo studio e l’ascolto della musica, non ci sono programmi seri di investimento sulla cultura. Siamo ancora nella suddivisione “schematica” dei generi musicali, quindi continuiamo a ghettizzare le musiche ibride… Esiste ancora da noi il termine “musica leggera”, come se le “altre” fossero musiche pesanti!
Magari questa doveva essere la prima domanda, ma te la faccio non a caso in chiusura: cosa ha rappresentato per te “Aria Mediterranea”? Cosa provi ad ascoltare oggi quel disco?
Pensa che prima di arrivare a quella copertina con il gabbiano in volo, avevo visto una foto con degli otri e dei cocci tra pini marittimi in vicinanza del mare… ho immaginato l’intenso profumo dei fiori, ho rivisto la nostra civiltà conservata nelle rocce, poi ho pensato alle paludi, e ai nostri antenati… Il lavoro musicale è stato influenzato da queste mie fantasticherie, la dura realtà di quegli anni non entrava nei miei sogni… Ora provo di nuovo quelle sensazioni quando lo riascolto.
a cura di Gaetano Menna

Claudio Costantino








