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Rohmer: attenti a quei due

Attenti a Fabio Zuffanti e Boris Valle: "Rohmer" è la sintesi delle loro ultime mosse. Un lavoro di lunga ricerca, curato nei minimi particolari e con una fisionomia autonoma. La validità risiede soprattutto nella quasi assoluta mancanza di “comunicare” etichette

ROHMER
(AMS – 2008)

Evoluzione di un’ (apparente) opera prima. Se non si parte da un simile paradosso, diventa assai difficile inquadrare la complessa natura di Rohmer (AMS – 2008). Troppo facile (e superficiale) buttarla sul “Finisterre minus Marelli”: non si farebbe giustizia né alla prosecuzione del “discorso collettivo”, né alla rispettabile e rispettata scelta del chitarrista “storico”. Attenti a quei due, intanto. Fabio Zuffanti e Boris Valle. Rohmer è solo una sintesi delle loro ultime mosse (passione cinematografica inclusa). Zuffanti, già da prima de La Meccanica Naturale, si muoveva in territori “alieni” alla “classicità” progressive, preservando le apprezzate curiosità derivative nell’hortus conclusus de La Maschera di Cera. Con Valle gli appuntamenti scorrono e proseguono sino all’ultimissima (e intrigante) avventura solista per la label genovese Marsiglia Records di Genova, senza escludere la seconda puntata di Hostsonaten.
Valle è, anche per carattere, meno presenzialista. Nel rock, il retroterra di studi classici rischia, sovente, di trasformarsi in sterile fardello, se non è adoperato con buon senso. Per Valle la tecnica è un postulato a cui aggiungere una sana riflessione compositiva; il pezzo solo “dopo”, atterra sulla pista dei tasti bianchi e neri. Il suo apporto al progetto (e al CD) è “musica contemporanea” nell’accezione più ampia del termine: maestri novecenteschi (Satie, Xenakis, il Berg sonatista), ma anche scomode (e poi accomodate) estrapolazioni “popular” (Sylvian, Sakamoto, Air, il Fossati di Double Life).


Centro gravitazionale di sempre che attrae compagni di strada capaci di “sentire” e “avvertire” la chiamata: Di Tollo e Macor, anche loro in Rohmer, con qualche contributo diretto, se non fondamentale come nel caso del secondo. Quindi validi miniaturisti di timbri caldi che con i loro fiati (Edmondo Romano, Marco Moro e Michele Bernabei), archi (Osvaldo Loi), voci (Claudio Castellini, Angela Pellino e Andrea Celeste) e chitarre (Sergio Antonazzo) hanno conferito ulteriori dettagli di pregio al generale impianto sonoro.
Il magistero progressive è, comunque, alla base di tutto, ma più nel confronto delle fonti, che non nell’imitazione (e, già qui, c’è un felice distacco da alcune giovanili procedure finisterriane). L’opener Angolo 1 si presenta come una variazione di Old Rain della PFM con un andamento da Gymnopédie; in V. (moda reale) raffiora l’acustico passo crimsoniano di Islands su un testo altrettando nobile (John Keats).
La tensione, per tutto il disco, viene tenuta al minimo: Ecran Magique filtra un modulo alla Sigur Rós - che ritorna in Cifra 3 - con una briciola autoreferenziale (le note di glockenspiel si sono già sentite in Probabile di Fabio Zuffanti). Alcuni segreti dell’alveare di Sylvian e Sakamoto vengono scoperti da Valle nella sua Lhz, con un indovinato excursus spiazzante di dissonanze pianistiche, armonici di basso, un sax soprano impazzito e percussioni in libertà. Tratto, più o meno, confermato nelle atmosfere soft di Wittgenstein Mon Amour e nell’uso delle scalette “orientali” di Angolo due.
Anche quando il gioco si fa più scarno (i pochi accordi di Metodiche di salvezza), intervengono solisti suggestivi di tromba e flauto, su un “campo lungo” di voci radiofoniche, un po’ come in Speakering del Fossati di Macramè.
La chiusura è affidata alle rarefazioni lunari di Elimini-enne, composizione dominata dalle atmosfere di sintetizzatore e di loop (pilotati da Zuffanti) con qualche passaggio pianistico e lontani annunci di viola e fiati. Titoli di coda in forma di note.
Rohmer è soprattutto un lavoro di lunga ricerca, curato nei minimi particolari e con una fisionomia autonoma. La validità risiede soprattutto nella quasi assoluta mancanza di “comunicare” etichette. Certo, le influenze ci sono e, talvolta, impegnative e compromettenti, ma l’ensemble ha solidificato le proprie tracce con un approccio “ultramusicale”. C’è qualcosa di più del “solito”. Ed è per questo che Rohmer lo si apprezza con lo stesso piacere rasserenante di un romanzo breve o di un sobrio cortometraggio. La percezione è quella di un gruppo che avrà ancora molto da comporre, perché c’è – in primis - l’ambizione del “fare” e “bene”. Qualità di respiro europeo. Altro che nicchia. Erano anni che da Genova non partiva un segnale del genere…
Riccardo Storti (CSPI Genova)