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Pandora: alchimia generazionale

Una band cuneese con un bel progetto, gustoso, alchemico, ricco di sonorità che è allo stesso modo figlio dei Settanta e dei Duemila: con un suono che ha una sua identità ma allo stesso tempo si rinnova, in un tripudio di tastiere. Padre e figlio, nella stessa band, uniti dalla musica...

PANDORA
Dramma di un poeta ubriaco

(Ams, distribuzione Btf)

Alcuni anni fa un tour congiunto Yes e Dream Theater suscitò qualche polemica tra i “puristi” del rock progressive. In quell’occasione, in un’estate rovente, lanciammo un sondaggio: meglio gli Yes o i Dream (padri del “progressive metal”, giudicati “commerciali”)? Giochino da solleone.
Potete immaginare le risposte. Una controcorrente di un musicista degli anni ’70 che era un ammiratore degli uni o degli altri, che non vedeva contrapposizioni, anzi.
Questa la nostra prima conoscenza di Beppe Colombo (era lui l’autore dell’opinione controcorrente), musicista negli anni fulgidi del prog, che ritroviamo ora in un interessante e vivace progetto realizzato in quartetto con il figlio Claudio, e con Christian Dimasi e Corrado Grappeggia: i Pandora che pubblicano “Dramma di un poeta ubriaco”(Ams). E’ un quartetto con la particolarità di doppie (in alcuni casi triple) tastiere, in un tripudio di sintetizzatori e organi che duettano tra di loro e la chitarra elettrica…
Beppe alle tastiere, Claudio polistrumentista che fa un po’ di tutto, alternandosi tra batteria, basso, voce ed anche sintetizzatori…
Dal vaso di Pandora emerge la passione per i suoni vintage di Genesis, Yes, Emerson Lake Palmer, Premiata Forneria Marconi, Banco del Mutuo Soccorso, ma anche quelli contemporanei di Maschera di Cera, Torre dell’Alchimista fino – perché no? - ai Dream Theater. Quello dei Pandora è un viaggio nel progressive come dire “di pancia” (per intenderci non quello cerebrale, “di testa” non so di King Crimson, Frank Zappa, ecc.).
Molto curata la confezione dell’album (come tutte le produzioni Ams/Btf) che ricorda, in miniatura, le cover apribili dei 33 giri, con una bella grafica accurata e tenebrosa (di Claudio Colombo).
Il disco - registrato magistralmente presso il “Vanilla Studio” di Verduno (Cn) - pone in evidenza sonorità pastose, impasti orchestrali, atmosfere classicheggianti ma anche accelerazioni (alla Dream Theater per l’appunto).
Insomma quello di questa band cuneese è un bel progetto, gustoso, alchemico, ricco di sonorità che è allo stesso modo figlio dei Settanta e dei Duemila: con un suono che ha una sua identità ma allo stesso tempo si rinnova.
Beppe porta nel gruppo le speranze, gli entusiasmi, pure le delusioni di una generazione over; il figlio Claudio e gli altri componenti portano invece la forza dell’età, le attese, gli incanti ed i disincanti, giovanili.
«Anime vaganti, sospese tra il limbo dei tempi»… cantano i Pandora in “Il giudizio universale” che si apre con uno zapping di frammenti vaganti di vita (tra cui quello della voce di Papa Benedetto XVI). “March to Hell” è un sontuoso strumentale in cui emergono le sonorità, ricche di riferimenti e citazioni vintage, con accelerazioni e irruenti cavalcate. Toni delicati e intimistici per “Così come sei”, con l’arpeggio di chitarre e le pastosità dell’hammond ed un crescendo intenso… il testo sembra testimoniare il modo di intendere la musica per i Pandora: «Sei decisa a scendere/quando improvvisamente/ sali, sali, sali…/ le tue braccia si ampliano/ e si trasformano in un paio d’ali / e sali… sali». “Pandora” è il titolo dello strumentale-manifesto che ricorda il mito di Pandora, e come dal vaso uscirono tutti i mali del mondo (rimase sul suo fondo solo la speranza, l’ultima a morire)… musicalmente calibrato e ritmato, con un pianoforte suggestivamente classicheggiante a cui si alterna un’eruzione elettrica. “Breve storia di San George” è una vellutata ballata che ricorda la leggenda di San Giorgio e dell’uccisione del drago. Quindi la title track, che racconta il dramma dell’artista la cui vena poetica è inaridita e l’alcol non è più ispirazione ma un’alternativa, una condanna a ritmo di marcetta… Si alternano vittorie e sconfitte fino al giungere al finale, che è un “Salto nel buio”. La suite suddivisa in quattro parti (la riflessione, il soprassalto, la caduta, la consapevolezza) ruota attorno al concerto della “fine”, con toni fiabeschi e incalzanti (musicalmente qualche richiamo, tra le pieghe, anche al vibrafono del Modern Jazz Quartet) e tanta funesta disperazione. Conclusione amara.
Gaetano Menna

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