
Claudio Rocchi
Suoni di frontiera
(Die Schachtel )
L’etichetta Die Schachtel ha riproposto in una suggestiva confezione cd papersleeve, l’album “Suoni di frontiera” di Claudio Rocchi.
Inizialmente fu edito nel 1976 e fu l’ultimo disco inciso per la Ariston (con cui l’artista aveva pubblicato tutti i suoi album fino ad allora); successivamente inciderà per la Cramps di Gianni Sassi.
Rocchi è stato sempre un artista innovativo; ha preceduto i tempi, con sensibilità ed intelligenza.
Il disco “Il Viaggio” del 1970 nella sua suggestiva minimalità sonora (la chitarra acustica ed il flauto di Mauro Pagani) era stato un valido esempio di canzone d’autore ma con nuovi respiri che guardavano Oltremanica.
Poi realizzò 33 giri come “Volo Magico”, “La norma del Cielo”, ecc. con il misticismo indiano ed i suoni rock, la spiritualità e le chitarre elettriche, la contemplazione e le improvvisazioni cariche di fisicità.
Giunge quindi a metà degli anni ‘70 con dischi di successo che avevano colto nel segno eppure Rocchi sente il bisogno ancora di cambiare espressività.
Lo affascina l’elettronica. Partecipa al primo Congresso Festival Ricercatori sperimentalisti del suono.
Avvia poi una nuova tappa “al viaggio sperimentale” focalizzando l’attenzione sugli audiovisivi ( su cui è tornato a lavorare negli anni Duemila con i cortometraggi e con il film “Pedra Mendalza” ).
A seguire “Suoni di frontiera”, nel 1977, uscirà “Mirage” performance audiovisiva con filmati , musica elettronica e rappresentazioni mimate e recitate, che viene ora pubblicato da “Al-kemi Lab” di Gianni Maraccolo in un ricercato packaging design.
In Suoni di frontiera Rocchi fa tutto da solo, armandosi di VCS3, tastiere, nastri, revox, echi Binson… taglie e cuce i suoni (con un grande sforzo di post-produzione che, oggi, in epoca digitale per eccellenza, può sembrare normale ma che negli anni ‘70 andava affrontata con estrema difficoltà e interventi pioneristici.
Inizialmente siamo rimasti perplessi sul candido booklet che accompagna il cd, che si apre con la foto dell’artista che sembra proiettarlo in una dimensione spirituale (che poi verrà, dedicandosi per 15 anni al monachesimo Bhakti).
L’immagine del suono elettronico, campionato (pensiamo ai cosiddetti “corrieri cosmici” tedeschi) è sempre stata quella dello spazio siderale, dei pianeti e delle navicelle spaziali…
Ascoltando il disco si comprende però che i “suoni rocchiani” cambiano ma non le motivazioni.
Qui c’è ancora, come nei lavori precedenti, un “suono liberatorio”, che esce dai canoni usuali (ad esempio la forma canzone) .
Un suono di frontiera, nuovo ma per certi versi (si pensi al brano di apertura “Superstart” ) che anticipa i futuri mantra, con la voce di Rocchi processata in un loop ripetitivo.
Oriente e Occidente si incontrano in un suono di frontiera che non ha frontiere, che può essere elettronico e meditativo, fisico e psichico. Sì, tutto torna, con coerenza.
Gaetano Menna

Claudio Costantino








