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Yohji Yamamoto: Filosofia di un sarto.

Per favore non fate dei miei abiti un oggetto di consumo

Yohji Yamamoto non è uno stilista ed è proprio lui a dirlo: Sono un sarto. Un artigiano, come un falegname. Lo stilista cerca la vera sedia, io cerco la vera giacca. E tutti e due vogliamo arrivare all’essenza delle cose.

Questo genio della moda, diventato un designer di culto, rappresenta non solo la storia ma anche il futuro dell’avanguardia fashion. I suoi vestiti, infatti, sono considerati opere d’arte, tant’è vero che il Consiglio regionale della Toscana conferirà, al designer giapponese, il massimo riconoscimento dell’ente. Il Gonfalone d’oro. Il premio sarà consegnato il 13 gennaio prossimo, durante la cerimonia di chiusura di Pitti Uomo.

Insieme a Issey Miyake e Rei Kawakubo, (Comme des Garçonne), fu definito, all’esordio della carriera lo stilista post-atomico. Per due motivi diversi: di valore culturale e storico. I vestiti destrutturati, con un’idea di base scaturita dalla raffinata essenzialità tipica del Giappone. Inoltre venivano presentati laceri, neri con tagli fuori dai canoni, quasi devastati. Ai critici più attenti era sembrata una poetica, toccante, carica di denuncia, sulla bomba di Hiroshima.

Nel 1989, il regista Wim Wenders, lo omaggia con un film documento dal titolo Appunti di moda e città e all’inizio degli anni novanta un altro cineasta Takeshi Kitano lo vorrà tutto per sè, chiedendoli di disegnare gli abiti per due suoi film. Per il secondo, in particolare, i due litigarono poichè il regista non apprezzò le scelte stilistiche di Yamamoto. Alla fine fu Kitani a cedere e modificare una parte del film basandolo sugli abiti già progettati. http://web.quipo.it/kitano/brothita.html

Questo dimostra la forza di Yohji Yamamoto e spiega perchè, alcuni designer, vanno al di là della parte spettacolare della moda. Anzi cercano di non farne parte, a parlare sono le creazioni. Sono come dei supporti che raccontano la visione della vita e invitano a vestirsi si ma, nell’attimo in cui lo si fa, di riflettere sul perchè dell’esistenza e i pericoli dell’era contemporanea.

Troppa gloria? Forse. Ma lui stesso ha fatto della sua moda un racconto per metterla in discussione e mettersi in discussione. Un azzardo che bisogna saper trattare, perchè scotta e potrebbe bruciare davvero.

Il consumo è contro gli oggetti. Li distrugge. Pensare di poter comprare tutto è triste. Un abito deve poterci appartenere a lungo nel tempo, perchè sia veramente nostro. Io vorrei poter disegnare il tempo.

Jung diceva che il prossimo salto evolutivo sta nell’incontro tra oriente e occidente e come spiega Massimo Degli Effetti, suo primo importatore in Italia - Yamamoto oggi è come Burri, un contemporaneo che sta nell’Olimpo. E Firenze, questa affermazione, non la smentisce, anzi la sostiene celebrando il grande designer alla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti. Dal 13 Gennaio saranno esposti 80 dei suoi abiti più significativi. In questo modo il pubblico potrà verificare di persona quanto Yamamoto sia siceramente convinto che ogni taglio sia una storia.

I suoi abiti sono ispirati a personaggi reali e ne percorre la vita, le gesta. Ma sono personaggi della strada, di ogni giorno, come il collo della camicia di uno studente, la giacca di un giovane zingaro, la tuta degli operai o il gilè di un commercialista: Queste persone indossano la realtà e potrebbero indossare questi vestiti per tutta la vita.

Non mi interessa vendere la novità, detesto tutto ciò. Per favore non fate dei miei abiti un oggetto di consumo.