Centri Sociali tra repressioni e fermenti creativi

Aumentano gli sgomberi ovunque creando interesse popolare verso i luoghi aggregazione alternativi, tra illegalità e vitalità espressiva

I Centri Sociali sono considerati, da una buona fetta della popolazione, centri di marginalità. Ovvero luoghi illegali dove gruppi di fannulloni preferiscono occupare case ai danni della collettività. Giovani incapaci di vivere il cui unico scopo è quello di sfasciare ogni cosa, bere e drogarsi infischiandosene della brava gente. Questa è una definizione terra terra che mi serve per sottolineare, da subito, il perchè di questo intervento. Preferisco non perdermi dietro a argomentazioni analitiche e termini scientifici che spiegano risvolti psicologici, storici, percorsi mentali dei disadattati, motivazioni politiche oscure, etc.

C’è da dire una cosa prima di inoltrarsi in un discorso che a molti potrebbe sembrare contadittorio. Esistono aggregazioni indipendenti, fluttuanti, invisibili che niente hanno da spartire con i collettivi. Molte di queste aggregazioni si formano, si organizzano, il tempo di una mezza giornata, soprattutto dove avvengono manifestazioni di protesta, pacifiche, allo scopo di creare confusione e spesso realizzare atti vandalici o atti di violenza.  Questi episodi creano disorientamento tra la popolazione e dimostrano l’inutilità dei comportamenti aggressivi. Ovvero se si vuole sensibilizzare l’opinione pubblica su argomenti di interesse sociale quali: la difesa dei deboli, la lotta alle discriminazioni , al razzismo, contro la guerra, contro le ingiustizie, per una verità libera da ogni deviazione occulta, per la libertà di espressione senza filtri e per un bene comune, l’atto di violenza è una contraddizione a tutto questo. Non spiega niente se non la voglia di terrorizzare e l’incapacità di comunicare dei contenuti.

Dicevamo che la maggior parte dei collettivi, degli spazi autogestiti non hanno nessuna intenzione violenta. Può sembrare violenta l’occupazione di un edificio…? Un edificio abbandonato o fatiscente diventa importante, per la collettività, nel momento in cui un gruppo di ragazzi decide di utilizzarlo. Diventa un fattaccio, nel momento in cui l’evento fa scatenare il senso di propietà che non appartiene solo ai legittimi propietari ma anche a chi, sino a quel momento, quell’edificio lo guardava con disprezzo. Rivolgendo un breve pensiero alle amministrazioni che non intervengono per buttarlo giù o ristrutturarlo. Da qui si capisce che l’argomentazione diventa complessa e non è più sufficiente lo spazio di questo intervento. Perciò tento di introdurre i fatti.

 Si risolverebbero molte più cose se si avesse la pazienza di ascoltare di più. Sottolineando che ascoltare non significa tollerare e basta, o accogliere per dialogare ma poi intervenire drasticamente. In realtà a chi fa paura il centro sociale? Perchè? Quante delle persone che li contestano ci sono mai stati dentro? Cosa è un centro sociale? La droga? Ehehehehe. Un argomento che non funziona più. Gira molta più droga nei luoghi dei “perbene” che tra i “senza nà lira”.

Al momento preferisco non soffermarmi sulla storia di questi luoghi di ritrovo che richiederebbe uno studio approfondito adeguato. L’argomentazione che voglio trattare in questo momento è un’altra e avremo modo di approfondire altri aspetti in altre occasioni. Però insisto col dire che i centri sociali una storia ce l’hanno.

Ad esempio Tactical Media Crew, tempo fa, aveva fatto una indagine sui frequentatori dei Centri sociali a Roma e provincia. Anche se questa situazione è molto similare in tutta Italia. C’è da dire, intanto, che il 67% è frequentato da maschi il 33% da donne. L’età media è poco al di sopra dei 23 anni, anche se questa età è gradualmente in aumento. Molti frequentatori adulti, pur impegnandosi in attività extracollettive, continuano a mantenere contatti costanti con il centro. Inoltre molte persone gravitano intorno alle attività e agli eventi dei centri. I margini sono più ampi. L’età va da un minimo di 15 anni a un massimo di 50 anni. Mi sembra una componente abbastanza eterogenea. Talmente variegata anche nella provenienza che non può essere standardizzato tutto come si vuol far credere.

Oltre il 90% dei frequentatori è celibe, sposati oltre il 5% e il resto separati o divorziati. Il 3,1% ha figli. Contrariamente a quello che si può pensare il livello di istruzione è abbastanza elevato:

Come si evince dalla tabella 7, il 34,7% degli intervistati frequenta l’università, il 28,4% ha il diploma di scuola media superiore e il 22,7% quello di scuola media inferiore. Il 6,2% degli intervistati ha conseguito la laurea. Significativa anche la percentuale di coloro i quali hanno conseguito un diploma di formazione professionale (6,5%). Anche il tasso di occupazione risulta essere elevato con una buona percentuale, anche, di studenti lavoratori. Il 34,8%, quindi, è inoccupato. Per quanto riguarda la famiglia di provenienza il 40 % dei genitori hanno attività impiegatizia, 1l 10% operai e un 11% artigiani o commercianti. Il resto suddivisi tra pensionati o disoccupati.

Oltre il 50% si interessa di politica: Una buona percentuale di intervistati dichiara inoltre di svolgere la propria attività in più di una situazione, soprattutto all’interno di un centro sociale e di un collettivo. Molto scarsa (5,6%) la partecipazione politica in partiti e sindacati.

L’apertura decisiva dei centri sociali verso l’esterno è avvenuta verso l’inizio degli anni ‘90 in un periodo storico dal punto di vista politico. In quel periodo si vede un intensificarsi delle attività dei collettivi e un radicarsi sul territorio. Non da meno è il contributo dato dai fermenti musicali come le posse e l’autoproduzione. Poi le lotte studentesche caratterizzate dalla Pantera con un conseguente declino ufficiale della politica che ha fatto mancare dei punti di identificazione, spingendo tantissimi giovani e non solo verso il mondo underground.

Oltre la metà dei frequentatori dei centri sociali vedono i collettivi come gruppi di impegno sociale o di lotta politica. Per il 12% è un luogo di ritrovo e per l’8,5% una associazione culturale. Qui mi fermo perchè l’indagine è lunghissima e dettagliata se interessati vi rimando al link per approfondire e sottoline, non par vero, che questo è uno studio fatto verso i primi anni 90. Mi rendo condo da una mia ricerca che la situazione non è molto cambiata. Con una particolarità. I centri sociali, oggi, sono ancora più radicati di oltre 10 anni fa, svolgono più attività, di livello culturale medio alto. Si fa musica, teatro, informazione, festival di corti, poesia, laboratori di attività creative e incontri settimanali di approfondimento e di autogestione. Molti hanno all’interno dei bookshops.

Ma negli ultimi anni c’è stata, anche, una  escalation repressiva nei confronti degli spazi autogestiti. Sgomberi improvvisi, ferimenti di ragazzi che hanno manifestato nella maggioranza dei casi in forma dignitosaente pacifica. Molti comuni sono sotto accusa, moralmente, a causa di questo. Bologna, Roma, Parma, Milano per citare alcune città dove gli sgomberi hanno visto partecipazioni attive e proteste frequenti. Gli sgomberi non sono stati così silenziosi come le autorità avrebbero desiderato. A Parma, in meno di un anno, gli sgomberi sono stati due. Le manifestazioni di protesta diverse, alcune molto accese. Lo storico “Mario Lupo” e il più recente “Paguro” definitivamente chiusi. I Ragazzi dei collettivi, poco tempo fa, hanno manifestato pacificamente su dei carri inventandosi i Centri Sociali Ambulanti.

Sgombero, ormai, è diventata una parola chiave dell’attualità dei  centi sociali che si organizzano con la loro resistenza e si preparano ad affronntare il futuro rispondendo con la concretezza dei progetti e delle attività culturali. Chiedendo spazi adeguati con la prospettiva di recuperare locali inutilizzati o pericolanti. Un’idea sarebbe quella di collaborare istituzionalmente, con i collettivi, per affidare loro la riqualificazione di alcune aree con degli accordi ben precisi. Migliorando i rapporti con la collettività e abituandosi all’idea che possono essere delle vere risorse e delle valvole di sfogo per delle energie che resterebbero inutilizzate o addirittura represse.

Mi è capitato di incontrare nei centri sociali menti fortemente creative. Con una sensibilità e capacità di interpretazione del sociale che nessun studioso eccelso può raggiungere. Gente genialoide con talento artistico e inventivo. Non voglio esagerare. Perchè nei collettivi ci sono anche le teste “matte” che trovano, però, la possibilità essere mitigate nell’esuberanza grazie a un controllo interno all’organizzazione. Il dibattito è appena iniziato, secondo me. D’altronde queste evaquazioni forzate, sbagliate, realizzate anche da governi locali di sinistra, non fanno altro che spostare masse di persone da un luogo all’altro, fanno parlare i giornali portando alla ribalta il caso. Non sono pochi i simpatizzanti occasionali. Non sono pochi i dibattiti sugli avvenimenti.

In una manifestazione, a Parma, mi è capiatato di vedere un signore che rimproverava dispiaciuto, un poliziotto, perchè avevano usato dei manganelli ferendo dei ragazzi che protestavano pacificamente a sostegno degli operai della Star. Anche Milano, recentemente, ha visto uno sfratto al centro sociale, storico, Orso coclusosi pacificamente. Generalmente le spiegazioni delle istituzioni, per giustificare gli sgomberi, sono quelli della riqualificazione del territorio. La costruzione di asettici luoghi privi di patos, esteticamente ineccepibili ma senza anima. Il senso di aggregazione e la passione nella realizzazione dei progetti non è ben visto. Specialmente se lontano dai canoni calati dall’alto.

Molto spesso progetti artistici sono stati aiutati a morire perchè non rientravano nei programi ufficiali degli “Assessorati alle politiche giovanili”. Le istituzioni sono appesantite dalle teorizzazioni. Non si accorgono di come sta cambiando il mondo e di come il percorso fatto da una fetta della popolazione ha una direzione diversa, è mobile, variegata, multietnica e antidisciminatoria. E’ necessario vivere in basso, alle frontiere, nelle periferie, dove arde il fuoco delle invenzioni per capire quello che sta succedendo al mondo. I cambiamenti, per fortuna, avvengono nonostante tutto. I contrasti, involontariamente, creano dei mood che le stesse industrie della creatività, alla fine, fanno proprie. Quindi le contrapposizioni non sono più tra ordine pubblico e devastatori. Troppo facile. Ma tra modi di pensare diversi e classi, (non dirigenti), giovanili che stanno crescendo e che per “versi diversi” conquistano le posizioni della dirigenza.

La storia si ripete. Non c’è niente da fare. In questa confusione totale si genera un disordine creative. Da un lato nuovi politici che si alimentano per avere più argomenti da portare ai meeting, dall’altro nuovi eroi negativi, emergenti, che saranno emulati da giovani desiderosi di esprimersi. I cercatori di novità come me pronti a studiarli e a intiuirne la forza creativa. Così va il mondo. Proprio come questa mia esposizione.

Giù le mani dal Leoncavallo

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