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Il videoclip "urban flowers" e il cinema a fotografie

Pubblichiamo uno studio fatto da Sara Lodi sul cinema a fotografie e la sua esperienza nella realizzazione del videclip urban flowers finalista al fashion film festival di berlino '08

Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

Facoltà di Scienze della Comunicazione

Corso di Teoria e Tecnica del Linguaggio Radiotelevisivo

 

 Sara Lodi

 

 Maggio 2008

 PREFAZIONE

 

Nel maggio 2007 ho collaborato alla realizzazione del cortometraggio “Urban Flowers” di Andrea Lesignoli, prodotto per promuovere la linea di abbigliamento street wear “Mc Luc”.

La forma espressiva di questa produzione è caratterizzata da un linguaggio molto peculiare. La storia infatti è rappresentata mediante l’utilizzo delle fotografie scattate da me nel corso delle riprese e poi successivamente accostate una a fianco all’altra in fase di montaggio.

Questa tesina si propone di analizzare il percorso di realizzazione del videoclip partendo dall’esplorazione dei due fenomeni che nella storia del cinema hanno raggiunto la notorietà grazie alla tecnica della rappresentazione statica.

Uno di questi due fenomeni è il cortometraggio del 1962 “La Jeteé” di Chris Marker, realizzato mediante un montaggio di fotografie fisse e una voce narrante fuori campo, da cui il videoclip “Urban Flowers” prende diretta ispirazione.

L’altro fenomeno risale invece agli anni ’50 e si stacca dallo schermo cinematografico per passare a una raffigurazione su carta stampata, si tratta dei cosiddetti “film di carta” che in quegli anni presero il nome di cineromanzi.

 

 

 

 

CINEROMANZI: I FILM DA SFOGLIARE

 

Il cinema raccontato con le fotografie

 

I cineromanzi negli anni ’50 accompagnavano l’uscita di moltissime opere cinematografiche ed erano un fenomeno di grande popolarità. Ognuno di essi era dedicato a un film di cui si presentava il racconto attraverso un’ampia selezione di fotografie di scena o di fotogrammi della pellicola, a cui si affiancavano le battute degli attori e le didascalie narrative.

Si caratterizzavano per una grafica di copertina efficace e seducente che dava gran risalto ai volti delle dive e degli attori più in voga in quel periodo. Includevano inoltre apporti utili per ricostruire il clima della società italiana del dopoguerra come la posta dei lettori, la biografie dei divi, giochi, concorsi e rubriche varie.

Si tratta di un pezzo di storia dell’editoria italiana. Nella loro breve stagione d’oro, che si colloca tra la fine degli anni ’40 ed i primi anni ’60, arrivarono a vendere fino a due milioni di copie, ma la diffusione reale fu molto più vasta.

 

Essi costituivano la perfetta sintesi editoriale tra i cine-racconti degli anni ’20 ed i più recenti fotoromanzi. Proprio nella loro impossibilità di raccontare tutto si trovava sia il punto di forza che quello di debolezza: dove non arrivava il medium entravano in scena la memoria e la fantasia del lettore. Hanno accompagnato i sogni degli italiani, permettendo al lettore di rivivere le emozioni provate davanti allo schermo cinematografico o avvicinando ai film coloro che al cinema non potevano andare.

 

Fissando sulla carta le inquadrature o le foto di scena dei film più celebri tra cui Sabrina, Il selvaggio, La vita è meravigliosa, Gioventù bruciata, ecc.. il cineromanzo ne accentuava e ne perpetuava il mito. Con la fine del cinema popolare strettamente inteso e con l’avvento della televisione questo genere letterario scomparve senza quasi lasciare traccia

Una mostra a Torino e i ricordi del regista Amelio

 

Il Museo Nazionale del Cinema di Torino nel marzo/aprile 2007 ha dedicato ai cineromanzi una mostra intitolata “Lo schermo di carta – storia e storie dei cineromanzi” che fu organizzata a partire dalla nutrita collezione personale di Gianni Amelio e progettata dal regista in persona.

 

Nel presentare la mostra il regista Gianni Amelio ha raccontato in un articolo pubblicato su “laRepubblica.it” il 5 marzo 2007 come la sua passione per questi prodotti risalga alla primissima infanzia:

 

“[…] I primi film-romanzi che ho trovato in casa nostra erano senza copertina: l’avevano perduta passando per troppe mani, e c’era qualche macchia d’unto sulla prima pagina. I titoli non m’invitavano molto: Maria Walewska, Il caso Paradine, nomi difficili pure questi. Allora leggevo il Corriere dei Piccoli, Il Monello e l’Intrepido coi relativi Albi.

 

Un giorno però ho aperto un film-romanzo che la copertina ce l’aveva, bella e invitante, e anche il titolo suonava bene: Non voglio perderti. L’ho cominciato per curiosità e l’ho chiuso col fiato sospeso. Cominciò da lì l’amore speciale per quelle pubblicazioni e per il cinema più in generale.

Una cosa però devo confessarla: non ho mai considerato il cineromanzo come un surrogato del film. Anzi, tra il film da vedere in sala e quello da “leggere” sulla carta, finivo, ahimè, per scegliere il secondo: perché lo potevo tenere con me, guardarlo e riguardarlo quando volevo; mentre l’altro, si sa, mentre lo vedi lo perdi.

 

Pare ovvio dire che il cineromanzo di allora era come la videocassetta o il dvd di oggi. Ma c’è una differenza enorme: il cineromanzo non è la riproduzione del film con un mezzo diverso dalla pellicola, è un’altra cosa, una cosa estranea al film stesso: è una sequenza di immagini statiche e parole scritte che del film conserva solo qualche traccia e al massimo può rinfrescare la memoria di chi l’ha già visto. Un grosso limite evidentemente, ma i produttori di cineromanzi non si sono mai sognati di colmarlo perché sarebbe stata un’impresa assurda. È inutile perciò domandarsi se e quanto il cineromanzo rispecchi l’opera di origine, in che misura le sia fedele.

 

Il cineromanzo non ci restituisce il film perché non può farlo, non è nella sua natura. Semmai ne alimenta il mito. Tant’è che ai suoi tempi non veniva visto in concorrenza, ma come supporto al film o addirittura come una sorta di trailer postumo.

 

Si aspettava almeno un anno dall’uscita del film prima di pubblicarlo, ma in alcuni casi usciva in contemporanea e con vantaggio doppio: perché il lettore del cineromanzo era spesso quello che al cinema non ci poteva andare; e quando invece lo spettatore comprava anche il cineromanzo, era come se si staccassero due biglietti in una volta sola. In genere non accadeva mai che qualcuno rinunciasse a vedere il film “perché aveva letto il cineromanzo” ma succedeva il contrario: nasceva la curiosità di vedere “dal vivo” e integralmente (col movimento, il suono, le musiche) quello che sulla pagina sembrava imprigionato. […]

 

Il cineromanzo mi permetteva di “fermare il fotogramma” e studiarlo da vicino, come le cosiddette moviole di oggi bloccano un momento della partita e mostrano se c’è un fallo o un fuorigioco. Perciò li ho tenuti sempre a portata di mano, e mi sono stati utili qualche volta più di un saggio critico. Ma guai a chi mi chiama collezionista: mi sono solo limitato a non tradire le cose che amo.”

 

[Gianni Amelio, “Tutti i film che ho sfogliato”,  laRepubblica.it, 5 marzo 2007]

 LA VIDEOFOTOGRAFIA DI CHRIS MARKER

 

“La Jetée” di Chris Marker (Francia, 1962)

 

Dopo aver esaminato la storia dei cineromanzi e il potere evocativo delle loro immagini fissate su carta passiamo all’analisi del secondo fenomeno cinematografico che si è avvalso della tecnica di rappresentazione a fotogrammi statici.

Durante le prove di viaggio temporale l’uomo riesce ad incontrare la donna dei suoi ricordi, frequentandola più volte fino a che i due non si innamorano. Il successo dei suoi viaggi nel passato spingono gli scienziati ad inviarlo nel futuro. Qui scopre che la razza umana è tornata a prosperare sulla terra anche se la società che si è formata è anonima e sterile. Diventato ormai inutile per gli scienziati che eseguivano su di lui gli esperimenti di viaggio nel tempo, viene salvato da emissari del futuro che gli offrono la possibilità di fuggire. Lui chiede di essere riportato nel passato al mondo della sua infanzia dove la donna di cui è innamorato forse lo stava aspettando.

 

Nella scena finale si ritrova nello stesso aeroporto in cui era ambientato l’ossessivo ricordo della sua infanzia, solo che adesso è un adulto.

“[…] Pensa con un po’ di vertigini che anche il bambino che era stato doveva trovarsi là, a guardare gli aerei. Ma prima, cercò il viso di una donna, in fondo al molo. Corse verso di lei e quando riconobbe l’uomo che l’aveva seguito dal campo sotterraneo capì che non si poteva evadere dal Tempo e che quell’istante che gli era stato dato di vedere quand’era bambino, e che non aveva cessato mai di ossessionarlo, era il momento della sua stessa morte.”

Analisi del film: viaggiare nel tempo con le fotografie

 

Nell’ultima scena il narratore afferma che fuggire al tempo è impossibile, e con ciò lo schermo diventa di colpo nero. Il tempo è senza dubbio il tema narrativo esplicito. Un’osservazione di Platner dice: “Per il nato cieco, il tempo ha la funzione dello spazio”. La jetée di Chris Marker può quindi essere considerato il film di un cieco poiché i personaggi sono privati dello spazio e tutto si gioca grazie al tempo.

 

Nel film la temporalità è scandita da una serie di fotografie discrete e immobili che generano la percezione sensoriale dello scorrere dei minuti.

Ed è proprio nella atemporalità della fotografia che si individua lo spazio reale del film: uno spazio slegato da qualunque luogo concreto prende corpo e forma negli orizzonti temporali visitati viaggiando nel tempo, esattamente come quando ognuno di noi viaggia nel passato sfogliando un album fotografico.

 

E’ una storia che si riavvolge su se stessa attraverso la suggestione dei ricordi, la persistenza della memoria e il tentativo di controllarla. La parte del ricordo è la fotografia, alcuni frammenti fissi che sono sopravvissuti donando la possibilità di rivivere il passato come fosse il futuro.

Si tratta di cinema altamente sperimentale che, sfruttando questa tecnica così particolare e suggestiva, trasmette scenari apocalittici e ci fa riflettere sul potere dell’immagine.

 

Chris Marker

 

Chris Marker (pseudonimo di Christian François Bouche-Villeneuve) nato a Neuilly sur Seine il 29 luglio 1921 è un regista, fotografo e scrittore francese. I suoi film più celebri sono La jetée e Sans soleil.

Dall’esordio sul finire degli anni ’50 sino ai giorni nostri Marker ha sviluppato un linguaggio cinematografico sperimentale in continuo rinnovamento diventando una figura rappresentativa della Nouvelle Vague e un promotore del cinema militante.

L’avvenire secondo Chris Marker è una lunga carrellata di sogni: dagli incubi atomici alle fughe da un’invivibile realtà. La sua visionarietà venata di follia ha ispirato molto cinema fantascientifico dei decenni successivi, primo tra tutti “L’esercito delle 12 scimmie” di Terry Gilliam (1995).

 

 

IL VIDEOCLIP “URBAN FLOWERS”

 

La produzione: un videoclip di lancio per la linea di abbigliamento Mc Luc

 

“Urban Flowers” è un videoclip scritto e diretto da Andrea Lesignoli a partire da un progetto di Fabrizio Maci, stilista emergente parmigiano. L’idea che sta alla base di questo progetto si inserisce in una più ampia ottica stilistica che si propone di difendere  l’arte che proviene dal basso, la  creatività libera e non calata dall’alto, che si sviluppa spontaneamente lontano dal controllo del potere.

Fabrizio Maci a inizio 2007 crea una nuova linea di abbigliamento street wear che prende il nome di “Mc Luc” e decide di promuoverla mediante la realizzazione di questo video, per il quale ha disegnato tutti i costumi dei personaggi. La linea si rivolge ad un target prevalentemente giovane e inserito nei circuiti della sottocultura “underground”

Il cortometraggio si propone infatti di presentare gli usi e le peculiarità della vita “underground” parmigiana attraverso i suoi tipici luoghi di ritrovo (locali “alternativi”, centri sociali, piazzette di quartiere, rave parties), la musica (elettronica, hip-hop, punk), le dinamiche tra le persone e ovviamente l’abbigliamento.

A questo fine è stata scelta come location il quartiere industriale Ex Salamini, all’estrema periferia est di Parma, sito di locali notturni e punto di ritrovo per artisti underground. Gli interni sono girati al Veronika Music Club.

Sempre nell’ottica di essere il più possibile aderente alle pratiche artistiche e di vita dell’underground la colonna sonora è stata realizzata interamente in beat box (pratica che consiste nell’imitazione vocale di tutti i suoni di una batteria).  Il cantante rap Danilo Puzzello, in arte “Dhap” , ha realizzato le basi riproducendo ritmiche hip-hop e drum’n ‘bass col solo utilizzo della voce su cui la cantante Sabrina ha eseguito melodie vocali originali.

 

Urban Flowers ha partecipato come finalista al Parma Video Film Festival e al Fashion Film Festival ‘08 di Berlino dove si è classificato nei primi 5 posti e insieme ai finalisti girerà il mondo per tutto il 2008.

La sinossi

 

“Una periferia qualunque. Due fratelli uccidono la noia tra furti di alcolici al bar e droghe leggere. E’ un ciclo, una routine.

Finché casualmente incontrano Elena. Entrambi se ne invaghiscono. Dopo un periodo di indecisione la ragazza sceglie il fratello maggiore, più simile a lei. Le strade dei due fratelli, fino a quel momento parallele, si dividono

Il maggiore inizia a frequentare gli amici di Elena, procedendo lungo un’escalation di droghe pesanti, party e musica elettronica. Nonostante i rimproveri del fratello minore, il fratello maggiore compromette sempre più la propria psiche e la propria reputazione. Il rapporto tra i due fratelli si sfalda definitivamente.

Si perdono di vista. Una notte il fratello maggiore torna e racconta di essere stato rapito dagli alieni durante un rave party. Nessuno gli crede.

Ormai è un personaggio e la sua storia diventa una “leggenda metropolitana”. Elena è preoccupata ma non reagisce. Il fratello minore è visibilmente contrariato, ma c’è qualcosa che in tutta questa vicenda non è chiara. Infatti…”

 

Di Andrea Lesignoli

Dall’idea al prodotto finito

 

Le vicende narrate da “Urban Flowers” prendono spunto dallo spettacolo teatrale “Homo Alcolicus” di Patrizio Dall’Argine (Parma, Teatro delle Briciole, 2001) e da vicende personali  ampiamente riadattate di persone realmente esistenti conosciute dall’autore.

 

Dal punto di vista tecnico “Urban Flowers” trae ispirazione dal cortometraggio del 1962 “La Jeteé” di Chris Marker e dallo stile fotografico “urban street” di Sara Lodi, a cui è stato assegnato il compito di eseguire gli scatti e di affiancare l’autore nella direzione della fotografia.

Il videoclip è infatti costituito da fotografie montate in una sorta di stop-motion, ossia lo stesso stile rappresentativo adottato da Marker nel suo film. E’ presente comunque anche una parte filmata.

 

La storia si svolge nell’arco temporale di alcuni mesi ma la messa in scena si sviluppa visivamente nell’arco di mezza giornata. I due piani temporali paralleli sono uniti dalla voce narrante e, nell’ultima scena, si rivelano essere un flash back. Il tempo presente viene a questo punto rappresentato con l’utilizzo dello strumento video. La parte precedente della narrazione, che si è rivelata essere un flash back, è invece rappresentata mediante l’utilizzo delle fotografie che con la loro immobilità in rapida successione rendono pregnante l’aspetto temporale della narrazione: un recente passato non precisamente collocabile.

 

Con i suoi affondi nel surreale “Urban Flowers” non pretende di dare giudizi su quanto narrato. Il finale estremamente aperto del corto rimanda proprio alla volontà dell’autore di ammettere l’incapacità di giudicare. L’intento è quello di lasciare fantasticare lo spettatore su quale possa essere la verità, che persino l’autore stesso ignora.

 

“Urban Flowers” vuole appassionare al mondo dell’underground, riproponendolo nel modo più possibile fedele e al tempo stesso re-inventandolo a suo piacimento. Si propone di trattare aspetti scomodi e a tratti incomprensibili della realtà sociale da cui i propri creatori provengono.

Lo scopo primario è quello di raccontare una storia di esseri umani che vivono, hanno emozioni e si muovono nel loro spazio, come chiunque. Senza giudicarli.

 

Il videoclip “Urban Flowes” è visibile ai seguenti indirizzi web:

http://www.livemansion.com/video.aspx?key=9pxnlz7gi7

http://www.fabrizio-maci.it/93227.php

BIBLIOGRAFIA

 

§                  E. Morreale, “Lo schermo di carta. Storia e storie dei cineromanzi”, Il Castoro, 2007

§                  L. Pellizzari, “Cineromanzo. Il cinema italiano 1945-1953”, Longanesi, Milano, 1978

§                  E. Bevilacqua, “I corti. I migliori film brevi da tutto il mondo”, Einaudi, Torino, 2001

§                  I. Perniola, “Chris Marker o Del film saggio”, Lindau, 2003

§                   V. Paci, “Il cinema di Chris Marker. Come un vivaio ai pescatori di passato dell’avvenire”,  Alberto Perdisa  Editore, 2005                           

 

SITOGRAFIA

 

§                  http://cinema.tesionline.it

§                  http://www.sentieriselvaggi.it

§                  http://parkavenue.it

§                  http://www.cinema.it/intersezioni

§                  http://www.repubblica.it/2007

§                  http://www.intercom.publinet.it

§                  http://www.filmfilm.it

§                  http://www.centraldocinema.it/recensioni

§                  http://www.egovista.it/corto

§                  http://guide.dada.net/natural_street/interventi