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Chi ha paura della naturopatia?

In Italia si continua a ritenere che la salute delle persone sia di esclusiva competenza del medico, in imbarazzante contrasto con quanto afferma l'Organizzazione Mondiale della Sanità. Come è possibile? E, soprattutto, di chi è la colpa?

Riportiamo alcuni brani di un lungo e interessante articolo di Raffaele Cascone tratto da Agenzia Radicale.

Il grande mutamento nelle conoscenze e nelle pratiche della salute.
Domenica 23 dicembre 2007
di Raffaele Cascone.

E’ in corso nel mondo un grande mutamento nelle conoscenze e nelle pratiche della salute preparato dalla nuova evidenza scientifica e dalla venuta alla luce di pratiche fino ad ora poco conosciute e finora marginali. Ciò sta portando alla delimitazione sommaria di quattro aree:

1) Una medicina “hard” che si avvale di presidi di alta tecnologia come le terapie geniche, le cellule staminali, chirurgia sperimentale e d’urgenza, cure intensive avanzate;

2) una medicina soft che, alla luce dei dati epidemiologici, della genetica e della etologia umana ed animale sta orientandosi verso la prevenzione e le cure nutrizionali della nutrigenomica, verso quelle indicazioni della biologia dei comportamenti e della psiconeuroendocrinoimmunologia, di relazioni socio culturali basate sul sostegno reciproco e non sull’aggressione, sugli aspetti qualitativi e sulle possibililità di un uso terapeutico della relazione interpersonale medico-paziente;

3) una medicina integrativa che tenta di mettere insieme aspetti hard ed aspetti soft e multiple discipline, operazione impossibile data l’eterogeneità dei contesti e la scarsa volontà della professione medica a collaborare alla pari con altre discipline;

4) l’area delle medicine complementari, alternative e tradizionali, praticate da non medici.

Questo ultimo settore, in Italia è oggetto di processo continuo di squalifica da parte dei media in quanto potenzialmente destabilizzante degli equilibri corporativi delle professioni sanitarie mediche e non mediche già codificate ed espressione di nuove professioni e risorse maturate al di fuori dei canali di legittimazione e di formazione tradizionali delle corporazioni.

In Italia infatti c’è una grande opposizione a questo rinnovamento. Parte di questa resistenza è esercitata dall’ambiente dei medici, soggetti ora come non mai, ad una grave crisi di identità e professionalità e tradizionalmente resistenti ad innovazioni che altereranno la natura della loro pratica, ne ridimensioneranno il potere sociale e daranno spazio a nuovi attori.

L’OMS precisava che: “gli operatori della salute non medici devono essere considerati “una risorsa sostenibile e di valore” per tutti i paesi del mondo e l’utilizzo di questi operatori nel sistema primario della cura, in stretta collaborazione con gli operatori della medicina convenzionale, contribuisce ad ottenere sistemi di salute più pratici, efficaci, e culturalmente accettabili. Beneficiare del meglio della medicina non convenzionale e di quella convenzionale e di una collaborazione efficiente e fattiva tra i due campi, è un diritto irrinunciabile del cittadino e della comunità“.

Questi appelli e le nuove evidenze scientifiche e culturali se raccolti, avrebbero potuto dare anche all’Italia l’opportunità, come negli Stati Uniti, di edificare questo capitale sociale ad alto valore aggiunto attraverso una grande campagna di collaborazione, ricerca e pratica interdisciplinari finalizzate all’integrazione delle varie discipline e delle varie competenze. Questa integrazione, migliorando l’offerta ed allineandola agli standard internazionali, avrebbe potuto intercettare ed orientare in senso costruttivo la crescente domanda di cambiamento e miglioramento della salute e degli stili di vita e la richiesta di occupazione e di nuove professioni.

Impermeabile ai mutamenti epocali ma dando prova delle solite grandi doti trasformiste, di recente, la professione medica, attraverso la Fnomceo, fedele alle sue tradizioni di medicalizzazione del mondo, sta attivamente sottraendo le medicine non convenzionali, complementari e tradizionali agli operatori non medici che le hanno create e praticate e le sta assorbendo. Unica irresistibile giusticazione argomentativa: “se è medicina e se funziona, è Cosa Nostra“. Di conseguenza gli appelli dell’OMS qui da noi hanno sortito l’unico risultato di provocare iniziative espansionistiche e corporative verso una medicina più integralista e fondamentalista che integrativa.

Nel corso di queste grandi manovre, che ne è stato degli operatori non medici delle medicine non convenzionali e delle loro lobbies? Naufraghi da una legislatura all’altra, hanno continuato ad agitarsi alla ricerca del consueto onorevole di riferimento che presentasse la millesima personale proposta di legge che, regolarmente, si è arenata, ed hanno continuato ad aspettare che un giorno fatale lo Stato riconoscerà la loro esistenza e definirà e recepirà ciascuna delle loro figure professionali, le loro competenze, i loro campi di intervento, le loro specificità e le loro differenze rispetto al sistema medico.

Si tratta di pie illusioni: allo stato delle cose, una legge che riconoscesse le professioni non mediche delle medicine non convenzionali è impossibile in Italia, perchè destabilizzerebbe tutte le professioni sanitarie mediche e non mediche già codificate, irreversibilmente ancorate ai loro interessi corporativi ed ordinali ed ai loro sistemi disciplinari riduttivistici.

In questa guerra tra bande ed in assenza di regole, i medici continueranno a proporre pratiche che impunemente definiscono di “medicina non convenzionale” che altro non sono che frammenti di tecniche alternative o tradizionali applicate in modo empirico o addirittura mistico, nel caso di discipline esotiche o orientali. Continueranno a farsi schermo della falsa immagine mediatica di scientificità e oggettività con cui la medicina tenta di caratterizzarsi, che inchioda ad una modalità di relazione con un paziente posto in condizioni di regressione psichica, disinformato ed estraneo a sé stesso, nei confronti di un medico portatore di certezze e conoscenza.

La medicina convenzionale se ammette di praticare la medicina complementare in modo riduzionistico allora non può definirla complementare, deve definirla in altro modo. Sé invece il medico la applica riconoscendone la specificità e l’approccio alla complessità, è costretto ad uscire dal suo ruolo e dalla sue convenzioni personali ed istituzionali. Gli si presentano quindi difficoltà di identità personale e professionale.

In queste condizioni, un medico che intendesse applicare l’agopuntura cinese come tecnica in un quadro riduttivistico, facendo astrazione dalla complessità, potrebbe ad esempio incorrere nel rischio di scatenare una psicosi latente in un paziente con quella tendenza, e verrebbe a trovarsi in una posizione poco diversa da quella di un naturopata che trattasse un appendicite acuta con un massaggio addominale, ignorando quei fondamenti di diagnostica differenziale che la medicina convenzionale gli dovrebbe doverosamente imporre e fornire.

L’uscita dall’immobilismo si avrà soltanto quando il pubblico, gli operatori e lo stesso legislatore si svincoleranno dalla pressione paralizzante delle organizzazioni e degli ordini professionali e cominceranno a proteggere gli interessi del soggetto e della collettività. Consigli superiori di sanità, ordini professionali, comitati etici raramente rischiano di occuparsi delle questioni cruciali e produrre qualcosa di sensato.

La medicina moderna fin dalle sue origini si è incentrata sulla costituzione della “malattia” in quanto entità clinica, disconnessa dalla storia, dalle relazioni socio-culturali e dall’ambiente dove è maturata. Questa delimitazione riduttivistica dell’oggetto della ricerca, a discapito dei fattori umani, relazionali ed ambientali, rappresenta ancora oggi la sua specificità nel costante sforzo infruttuoso di costituirsi come “scienza”, di rendersi autonoma dalla validazione da parte della biologia ed affrancarsi dal suo destino di pratica empirica.

Tutto ciò malgrado l’evidenza del progetto genoma e della biologia dei sistemi, che stanno fornendo validità scientifica ed un modello di orientamento a molte delle medicine non convenzionali. Una ulteriore ricaduta di queste ricerche è l’attuale tentativo di riorientamento della medicina verso quella medicina integrativa che può essere messa in atto solo nello scambio tra molteplici professionalità, in un contesto sociale più umano ed attraverso il capovolgimento della modalità di relazione e del ruolo del medico.

I nostri medici convenzionali che decidono di esercitare la medicina non convenzionale sono nelle condizioni strutturali di abbandonare il loro ruolo tradizionale e di costruire il loro rapporto con il paziente secondo la specificità della medicina non convenzionale?
Ed inoltre questa specificità consiste in una specializzazione “tout court” di cui ci si può servire all’occorrenza, o è un modo di essere, punto di arrivo di un percorso non solo culturale ma anche esistenziale, di sviluppo e forse anche di catarsi personale?

Ma è necessario ribaltare la questione: prima ancora di definire la specificità delle altre medicine, in Italia è necessario chiarificare che deve esserci un limite alla medicalizzazione della vita e delle professioni. Bisogna cominciare a circoscrivere gli ambiti della medicina e dare spazio al resto del mondo. L’invasione della medicalizzazione non riguarda soltanto il campo parziale della medicina non convenzionale, Questo è il caso circoscritto del fenomeno più generale della medicalizzazione della vita e della percezione dell’esistenza stessa solo in chiave medica.

Di questo segno è il successo di programmi televisivi a base di consigli terapeutici e l’invasione di serial ospedalieri d’oltreoceano o nostrani, che grazie alla loro funzione momentaneamente ansiolitica fanno da marketing all’apparato sanitario mediatico, alla farmaceutica ed all’alimentazione industriale.

Un laureato in biologia o uno psicoterapeuta rischiano invece di violare la legge sanitaria se consigliano una alimentazione sana e, per comprare un aspirina, è necessario la tutela di un farmacista.

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1) Promotion et development de la medicine traditionelle, OMS Rapporto Tecnico, Geneve, 1978.
2) Comitato ricerca, istruzione e promozione medicina complementare, integrativa e tradizionale.

(da Quaderni Radicali n.100 / luglio 2007).

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Commenti dei lettori

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  • emanuel celano

    08 Mar 2010 - 08:50 - #1
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    Firma per una Legge POPOLARE Sulle Medicine Non Convenzionali.

    Il percorso per il riconoscimento delle medicine non convenzionali ha seguito sino ad oggi un lungo iter parlamentare, senza giungere ancora alla creazione di un quadro normativo nazionale.

    Attualmente in Italia non è ancora giuridicamente riconosciuta la figura professionale del Naturopata e dell’operatore delle Discipline Bio-Naturali. Esistono solo delle leggi regionali.

    Per questo motivo è nato un Progetto Popolare :
    Una Legge POPOLARE Sulle Medicine Non Convenzionali
    Vuoi aiutarci ? Firma subito ! Hanno già firmato 12000 persone.
    http://www.UnaLeggePerLeMedicineNonConvenzionali.it

    Grazie di cuore a tutti.
    Emanuel Celano