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I primi racconti delle Simone

Le due ragazze: "Trattate bene, ma sempre bendate. I nostri rapitori non erano un gruppo politico"

Tre settimane di prigionia da ricostruire per dare un nome, un volto, uno schema su cui inserire la vicenda del rapimento di Simona Pari e Simona Torretta. Questo cerca di fare la procura di Roma da ieri sera, da quando le due ragazze sono ritornate in Italia. Per prima cosa i verbali di interrogatorio delle due Simone, del commissario straordinario della Croce Rossa Maurizio Scelli e del dottore iracheno Navar sono stati secretati. Per il resto, qualcosa del racconto delle due volontarie di “Un ponte per…” filtra.

“Ci hanno chiesto scusa”.
“I nostri sequestratori erano convinti che fossimo delle spie e che eravamo a Bagdad, tra la popolazione civile, non per aiutarli ma per carpire informazioni”, ricordano le ragazze. Le due volontarie hanno spiegato ai magistrati del pool antiterrorismo che l’atteggiamento dei loro sequestratori “era duro” e per questo sono state bendate per diversi giorni.

Poi, quando si è capito che sia le donne italiane sia i loro collaboratori iracheni erano volontari di un’associazione umanitaria l’atteggiamento dei sequestratori “è stato notevolmente diverso”.

Oltre a questo, ripetono di non aver subito nessuna forma di violenza, ma di essere state trattate con cordialità e rispetto. Addirittura, dicono, i rapitori hanno chiesto loro scusa prima di rilasciarle.

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