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La guerra dentro

Decine di migliaia di soldati Usa tornano dall'Iraq con gravi problemi mentali. Stiamo ricevendo un flusso crescente di soldati con problemi mentali – riconosce lo psichiatra Jeffrey Fine, direttore del programma di cura del PTSD al New York Harbor Healthcare System –, e sono convinto che il numero di soldati che soffrono di PTSD aumenterà ancora"

Fonte: http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=1589

Fino a 100mila morti iracheni, ormai 1.500 caduti e 11mila feriti tra le fila dell’esercito statunitense. La triste contabilità del conflitto in Iraq è aggiornata in continuazione, ma c’è un numero che nessuno può ancora quantificare con precisione eppure si teme sia enorme: quello dei soldati che ritornano a casa con seri problemi mentali. Secondo uno studio dell’esercito Usa pubblicato nel luglio 2004 sul New England Journal of Medicine, il 17 per cento dei militari impegnati in Iraq e in Afghanistan potrebbero soffrire di “disturbo post-traumatico da stress” (PTSD). Psicologi, psichiatri, ex soldati sono però convinti che questa cifra sia da rivedere verso l’alto, e che alla fine si raggiungerà quota 30 per cento, come per i veterani di ritorno dal Vietnam. Considerando che finora il Pentagono ha ruotato in Iraq e in Afghanistan circa un milione di soldati, significa che fino a 300mila militari potrebbero avere urgente bisogno di cure psicologiche e psichiatriche.

Un problema in crescita. “Stiamo ricevendo un flusso crescente di soldati con problemi mentali – riconosce lo psichiatra Jeffrey Fine, direttore del programma di cura del PTSD al New York Harbor Healthcare System –, e sono convinto che il numero di soldati che soffrono di PTSD aumenterà ancora. Al momento stiamo curando una cinquantina di veterani dall’Iraq e dall’Afghanistan. Ma per molti i primi sintomi si presenteranno con mesi o anni di ritardo: qui riceviamo ancora centinaia di militari che hanno combattuto in Vietnam e nella Seconda guerra mondiale”.

I sintomi. Il PTSD si può manifestare in vari modi, dalla depressione agli incubi notturni, dalla mancanza di emozioni ai sbalzi improvvisi di umore. Molti sperimentano improvvisi attacchi di panico, piangono a dirotto senza un motivo apparente, rivivono ad occhi aperti i momenti più terrificanti. Alcuni soldati si sentono colpevoli perché sono sopravvissuti mentre i loro compagni sono morti, altri si isolano dalla famiglia e dagli amici. “Come fai a raccontare a tuo padre di quando hai visto quell’iracheno sanguinante che ha perso metà del corpo per l’esplosione di una bomba? – scrive un soldato che soffre di PTSD sul sito dell’associazione di veterani Operation Truth – Come fai a raccontargli delle notti in cui hai dormito con un’arma carica sotto il cuscino? E’ difficile trovare le parole per il puro terrore e la sensazione di impotenza e rabbia che provi quando sei sotto il fuoco dei mortai o dei razzi da 127 millimetri. I cadaveri, i civili feriti, quel maledetto odore e i canti delle moschee alla sera sono sempre nella mia testa”.

Lo stress del conflitto. L’elevata incidenza del PTSD in Iraq e in Afghanistan si spiega – concordano gli esperti – con le particolare condizioni del conflitto. In una guerra tradizionale il nemico è dall’altra parte del fronte e nella retroguardia esistono dei rifugi sicuri; nella prima guerra del Golfo gli Usa fecero largo uso di attacchi aerei e i soldati iracheni si arrendevano in massa davanti ai carri armati. In Iraq le caserme dei militari Usa sono attaccate ogni giorno a colpi di mortaio, i soldati possono morire – come è successo in dicembre a Mosul, con 20 vittime – anche mentre mangiano in mensa. Stavolta “il nemico è ovunque: dall’altro lato della strada, nascosto dietro una finestra, in un vicolo. Non ti senti mai al sicuro, non ti rilassi mai”, dice Paul Rieckhoff, che ha servito in Iraq per dieci mesi e al ritorno ha fondato Operation Truth.

La responsabilità di salvare gli altri. Lo stress può essere particolarmente elevato per chi ha decine di uomini ai suoi ordini. Il tenente J. Phillip Goodrum, 34 anni, nei sei mesi in cui ha prestato servizio in Iraq ha comandato 32 soldati, perdendone uno. La sua unità, addetta al rifornimento delle truppe, percorreva in lungo e in largo il territorio iracheno. “Viaggiavamo sempre – racconta – su convogli completamente insicuri. Non avevamo né mappe, né protezioni, né scorta. La manutenzione dei veicoli era pessima ed eravamo sempre a corto di carburante. Non c’è peggiore sensazione di avere poca benzina quando sei in campo aperto e ti sparano addosso, mentre sei responsabile della vita di decine di ragazzi”. Ora Goodrum è in cura al Walter Reed Army Medical Center di Washington, il più grande ospedale militare negli Usa. Tornato dall’Iraq nel novembre 2003, ha cominciato a soffrire di attacchi di panico, ansia, continuo stress. Gli hanno diagnosticato il PTSD, e da più di un anno si sottopone a colloqui bisettimanali con psichiatri, lo imbottiscono di pillole e parla a scatti, con una leggera balbuzie. “Non ho fatto i progressi che avrei dovuto”, dice. “Ancora oggi, se sento l’odore del carburante mi ritorna tutto in mente. E ho attacchi di panico quando mi trovo in una folla, o in mezzo al traffico”.

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