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Professione pericolosa

56 giornalisti sono stati uccisi nel 2004, secondo il rapporto di un’organizzazione americana

Fonte: http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=1763

Assassinati mentre rientravano a casa con il bloc notes pieno di notizie scomode, o mentre andavano al lavoro per denunciare qualche attività illecita, o semplicemente freddati senza nessun motivo in particolare, se non per il cartellino che penzolava sulla loro giacca: Press, Presse, Prensa.

 
2004: un’ecatombe. Lo scorso anno il numero dei giornalisti uccisi è stato il più alto negli ultimi dieci anni: ben 56. Lo rivela un rapporto del Committee to Protect Journalists, (Cpj) un’organizzazione statunitense con sede a New York che da oltre vent’anni denuncia le ingiustizie e le violenze a cui devono far fronte i giornalisti in tutto il mondo, difendendone i diritti e raccontando le loro storie. E il 2004 è stato l’anno più sanguinoso dal 1994, quando 66 taccuini caddero nella polvere, molti dei quali nella guerra civile algerina. Questa volta, manco a dirlo, è stato il carnaio iracheno a portarsi via circa tre quarti della lista dei reporter uccisi, della cui morte, a volte, i media stranieri non parlano neppure: in totale 39 persone, tra giornalisti (23) e assistenti (16).  Ma anche nelle Filippine non vanno tanto per il sottile con chi scrive o racconta verità sgradite o argomenti scottanti. Rowell Endrinal, Elpidio Binoya, Rogelio Mariano, Arnnel Manalo, Romeo Binungcal, Eldy Sablas, Gene Boyd Lumawag e Herson Hinolan sono gli otto tra fotografi, giornalisti radiofonici e redattori di giornale uccisi a colpi di pistola l’anno scorso nell’arcipelago, con modalità molti simili: sicari che spuntano dal traffico in motocicletta o da dietro l’angolo in una strada, pistole alla mano, due, tre colpi secchi e via. Segue il Bangladesh, con tre morti, due dei quali uccisi nello scoppio di una bomba in due distinti attentati.
 
Ma il numero dei morti da 56 potrebbe superare la sessantina con il passare delle settimane. Sono ben 17, infatti, i reporter sulle cui cause di morte non si hanno ancora informazioni precise. “Per questo il rapporto non si può mai definire ‘chiuso’, ma soggetto a continui aggiornamenti – precisano da New York – le indagini su ogni singolo caso proseguono finché non si scoprono eventuali colpevoli”.
 
2005: già sei morti. Operativo in 120 paesi del mondo e dipendente dagli aiuti ricevuti da fondazioni, privati e altre associazioni, il Cpj si muove su un binario parallelo a quello dell’organizzazione francese Reporters sans Frontieres (Rsf). I suoi esperti hanno suddiviso gli attacchi alla stampa e ai giornalisti nel mondo i varie categorie: uccisi, rapiti, vittime di pestaggi e saccheggi, espulsi, incarcerati, minacciati, ostacolati nella loro attività, scomparsi. E poi c’è il censimento annuale dei giornalisti dietro alle sbarre: 122 in tutto il 2004, la metà dei quali nelle sole Cina e Cuba. Nel frattempo il 2005 si è aperto con sei giornalisti uccisi tra i primi di febbraio e il 2 di marzo:
Kate Peyton, producer della Bbc assassinata con un colpo di pistola alla schiena a Mogadiscio. Amir Nawab dell’Associated Press Television e Allah Noor della Khyber Tv, entrambi pakistani, uccisi a colpi di kalashnikov nel sud del Waziristan. Poi c’è Raeda Wazzan, irachena, giornalista televisiva dell’emittente al-Iraqiya, il cui cadavere è stato ritrovato giorni fa ai bordi di una strada a Mosul. E ancora Sheikh Belaluddin, bengalese, corrispondente del giornale Sangram, morto per le ferite riportate dall’esplosione di una bomba che lo ha investito nella città di Kulma. E infine Hulmar Huseynov, azero, fondatore del settimanale d’opposizione Monitor, ucciso a colpi di pistola il 2 marzo scorso mentre saliva le scale di casa sua.  E siamo solo all’inizio di un anno che, in piena crisi irachena e con l’aumento della tensione in altre aree del mondo (Cecenia e Somalia per citarne alcune) si preannuncia tra i più pericolosi per i giornalisti.

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