Questo sito contribuisce alla audience di

Donne in bianco

Madri, mogli e fidanzate dei dissidenti cubani, meglio conosciute come “Damas de Blanco”, dal nome della loro associazione, hanno manifestato nella capitale cubana per chiedere la scarcerazione dei loro cari, costretti ad una vita di stenti nelle carceri cubane

Madri, mogli e fidanzate dei dissidenti cubani, meglio conosciute come “Damas de Blanco”, dal nome della loro associazione, hanno manifestato nella capitale cubana per chiedere la scarcerazione dei loro cari, costretti ad una vita di stenti nelle carceri cubane.

I fatti. Nel marzo del 2003, settantacinque oppositori politici - attivisti, ma anche scrittori e giornalisti - furono giudicati sommariamente e condannati a pene detentive che andavano fino a ventotto anni. Secondo Gerardo Ducos, responsabile per Cuba di Amnesty International, quella di due anni fa è stata “l’ondata repressiva contro la dissidenza più dura dal 1959”.
A due anni di distanza, le “Damas” dei dissidenti - che il governo cubano addita come semplici spie, al soldo degli Stati Uniti - sono scese in piazza per protestare contro il governo e chiederne la liberazione. Il corteo di protesta ha dato solo il via alle iniziative, ne seguiranno delle altre, assicurano le donne in bianco. Sotto un sole caldissimo sono scese in strada, con i loro abiti candidi, in fila per due, per ricordare e per dire al mondo di non dimenticare. Il loro scopo, a breve termine, è quello di riuscire a far liberare da Fidel Castro il maggior numero possibile di oppositori politici attualmente detenuti nelle carceri dell’Havana, in condizioni avvilenti.
Prima dell’inizio della manifestazione le damas si sono riunite in preghiera a casa di Laura Pollan, moglie di Hector Maseda, condannato a 20 anni. “Le Damas de Blanco non hanno nessuna tendenza ideologica e nemmeno religiosa. Noi lottiamo solo per la libertà dei nostri mariti e per la riunificazione delle nostre famiglie”, ha fatto sapere subito dopo la preghiera la Pollon.

La stampa in silenzio. L’associazione ha fatto pervenire una lettera all’Union de Periodistas de Cuba (Upc) e all’Instituto Cubano de Radio y Television (Icrt), nella quale si denuncia il silenzio tombale da parte degli organi di informazione sulla condizione dei dissidenti e sulle manifestazioni in loro favore. “Siamo qui per reclamare il nostro spazio, perché se anche la cosa non vi piace, non potete negare l’amore che abbiamo per i nostri cari. Noi amiamo la nostra patria perché siamo cubani” hanno detto.

Il rapporto di Amnesty. Una ricorrenza particolare, importante tanto che anche l’associazione Amnesty International – alla quale da diciassette anni non viene concesso l’ingresso nell’isola caraibica - in un rapporto pubblicato di recente ha nuovamente condannato le gravi restrizioni per la libertà di stampa, di espressione, di aggregazione, considerando il fatto a tutti gli effetti “una grave violazione dei diritti umani che deve cesare immediatamente ”. Amnesty ha inoltre espresso le sue preoccupazioni per i presunti maltrattamenti che i detenuti ricevono dalle guardie carcerarie, e in particolar modo per le tremende condizioni di vita. Il rapporto di Amnesty coincide con la sessione annuale della Commissione sui Diritti Umani delle Nazioni Unite, in programma a Ginevra fino al 22 aprile, sessione che vede ancora una volta Cuba nell’occhio del ciclone.

Uno contro l’altro. Se da un lato le accuse del dissidente cubano Oswaldo Paya, in un messaggio inviato alla Commissione Onu, dicono che “a Cuba ci sono stati desaparecidos e si sa anche chi sono quelli che li hanno fatti sparire”, e che “ci sono stati prigionieri che si sono tagliati le vene e altri che si sono deliberatamente mutilati, solo per scappare da quell’orrore”, dall’altro il ministro degli Esteri cubano Felipe Perez Roque, in un discorso davanti alla Commissione Onu, ha ribadito con forza il concetto che a Cuba “non c’è e non c’è mai stata nessuna esecuzione extragiudiziale, tanto meno nessun desaparecido”.

Le categorie della guida