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La rivoluzione dei bastoni

Dopo la rivoluzione ‘delle rose’ in Georgia e quella ‘arancione’ in Ucraina, sembra giunto il momento del Kirghizistan, dove è scoppiata la rivoluzione ‘dei tulipani’. Ma questa volta la protesta è tutt'altro che pacifica. Nelle piazze si sono viste mazze di legno, bottiglie molotov, pestaggi e morti

Dopo al rivoluzione ‘delle rose’ in Georgia e quella ‘arancione’ in Ucraina, sembra giunto il momento del Kirghizistan, dove è scoppiata la rivoluzione ‘dei tulipani’. La stampa internazionale aveva già coniato da settimane questo nuovo nome. Ma fino ad ora, invece dei tulipani, nelle piazze si sono viste mazze di legno, bottiglie molotov, pestaggi e morti. La rivoluzione kirghiza è appena iniziata, ma dopo le sanguinose violenze di domenica e i preoccupanti sviluppi di ieri si è già giocata il suo posto nella lista delle ‘rivoluzioni di velluto’. Forse sarebbe più giusto chiamarla ‘rivoluzione dei bastoni’

Elezioni contestate. Le forze d’opposizione democratiche e filo-occidentali guidate dall’ex premier Kurmanbek Bakiyev e dall’ex diplomatica Roza Otumbayeva – accusate dal governo di essere sostenute dall’ormai noto miliardario statunitense Gorge Soros – protestano da settimane chiedendo l’annullamento delle recenti elezioni parlamentari, stravinte dal partito del presidente Askar Akaev (al potere da quindici anni) ma considerate irregolari dagli osservatori internazionali.
Il cuore della protesta, iniziata il 4 marzo, è stata fin da subito Jalal-Abad, nel sud del paese: la città-natale del capo dell’opposizione, Bakiyev. Qui i manifestanti hanno occupato fin dal 4 marzo vari uffici governativi. La polizia locale si è limitata a tenere sotto controllo la situazione, che è rimasta calma fino a venerdì scorso, quando la protesta si è estesa anche ad Osh, la seconda città del Kirghizistan, definita ‘la capitale del sud’, dove i manifestanti sono riusciti ad occupare per una notte gli uffici del locale governatorato.
Il presidente Akaev deve aver pensato che fosse arrivato il momento di reagire, colpendo a fondo il cuore della protesta.

Le violenze di Jalal-Abad. Sabato notte duecento uomini delle forze speciali di polizia sono stati aviotrasportati dalla capitale fino a Jalal-Abad. Alle 5 di domenica mattina è scattato il blitz negli uffici occupati. Uomini, donne, anziani e ragazzini sono stati picchiati senza pietà dagli agenti, che secondo molti erano ubriachi o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Almeno quattro manifestanti sono morti in seguito alle ferite riportate. Secondo altre fonti non sarebbero le uniche vittime del raid. Chi non è finito in ospedale è stato portato in prigione. Centinaia di persone sono state arrestate.
Poche ore dopo, migliaia di manifestanti, molti armati di mazze e bastoni, sono scesi in strada (ventimila secondo l’opposizione) per chiedere il rilascio degli arrestati. La folla ha assaltato una caserma della polizia, picchiando a morte quattro agenti e dando alle fiamme l’edificio. Disordini e scontri sono proseguiti per tutta la notte, per fortuna senza altre vittime. Anche l’aeroporto è stato occupato dai manifestanti, per impedire l’atterraggio di altri aerei delle forze speciali.

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