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La mancata protezione del Darfur

Due anni di crisi in Darfur e la situazione umanitaria, politica e le condizioni di sicurezza stanno peggiorando. Continuano a venire commessi crimini atroci, la popolazione sta morendo in gran numero a causa della malnutrizione e delle malattie e incombe una nuova carestia

La comunità internazionale sta venendo meno al suo dovere di proteggere i civili o perlomeno di indurre il governo sudanese ad agire in tal senso. Al momento Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU sta negoziando una bozza risolutiva che potrebbe condurre ad una soluzione della crisi, se si rivela abbastanza determinata in materia di protezione dei civili e di responsabilità da attribuire a chi ha commesso i crimini atroci.

Se invece le divisioni all’interno del Consiglio e le minacce di veto finiranno per annacquare il risultato finale, come è già successo altre volte, la situazione in Darfur peggiorerà. Probabilmente è solo una questione di tempo e poi il suo veleno andrà ad invalidare anche l’accordo di pace firmato il 9 gennaio 2005 per porre termine alla lunga guerra tra il governo ed il Movimento/Esercito per la Liberazione del Popolo Sudanese (SPLM).

Il Completo Accordo di Pace (CPA) firmato dal governo e dall’ SPLM contiene provvedimenti e modelli che potrebbero offrire la base per una soluzione politica - non solo per il conflitto in Darfur, ma anche per la zona orientale del Sudan dove le condizioni sono esacerbate e destinate a sfociare in un aumento della violenza. Comunque né le sue caratteristiche né la prospettiva di nuovi ruoli, ed infine di nuove politiche, nel governo centrale riuscirà ad avere un impatto immediato sulla situazione in Darfur. Ciò richiederebbe una politica internazionale molto più decisa per capovolgere una situazione che va deteriorandosi.

Khartoum è giunta alla pace con l’ SPLM in parte per stornare la pressione crescente sul Darfur. Finora tale stratagemma ha funzionato. La comunità internazionale si trova profondamente divisa - probabilmente paralizzata - sul da farsi in Darfur. La situazione sul campo mostra una serie di tendenze negative sviluppatesi a partire dall’ultimo periodo del 2004. Infatti le condizioni di sicurezza stanno peggiorando, è verosimile l’avvento di una carestia ed il numero delle vittime civili va aumentando. Il cessate il fuoco è nel pieno caos ed il processo di negoziazione è giunto ad un punto morto. I movimenti dei ribelli iniziano a spaccarsi e nuovi movimenti armati fanno la loro comparsa in Darfur e negli stati vicini. Il caos ed una cultura dell’impunità stanno prendendo piede nella regione.

La Commissione di Inchiesta dell’ONU sul Darfur ha descritto l’ampia portata delle atrocità commesse sul territorio, perpetrate soprattutto dal governo e dai suoi alleati, le milizie Janjaweed. La strategia della “protezione con la presenza” adottata dall’ONU e dall’ Unione Africana (AU), basata sulle forze dell’AU, la cui principale missione consiste nel monitorare il fallito cessate il fuoco, non sta funzionando. Per via del tardivo arrivo delle truppe africane e del supporto logistico occidentale messi a disposizione, l’AU ha meno di 2000 delle 3320 unità di personale autorizzati sul campo. Occorre una forza ben più ampia, aumentata di 4 o 5 volte come richiesto da Jan Egeland, ed un mandato per proteggere i civili.

Ma la chiave per stabilire una situazione di sicurezza consiste nel persuadere il governo a realizzare tutti gli impegni presi per disarmare e neutralizzare le milizie Janjaweed. La testimonianza di quanto è successo anche nell’ultimo anno dimostra che il governo non agirà in tal senso fintantoché continuerà a considerare minimi i costi della sua inazione. Per modificare questo calcolo occorre imporre immediatamente misure punitive mirate, come il blocco dei beni all’estero delle imprese controllate dal partito reggente, il divieto di viaggio imposto agli ufficiali maggiori, un ampio embargo alle armi - ed una realistica possibilità che i crimini atroci documentati dalla Commissione di Inchiesta dell’ONU vengano indagati, perseguitati e giudicati dal solo tribunale in grado di farlo con una certa celerità, il Tribunale Criminale Internazionale (ICC).

Le obiezioni generali mosse dal governo degli Stati Uniti d’America contro questa istituzione non dovrebbero essere di impedimento, tanto più che il tribunale, in questo caso, eserciterebbe la propria giurisdizione esattamente nel modo in cui Washington ha sempre considerato più giusto, ossia tramite una decisione politica presa dal Consiglio di Sicurezza.

Una maggiore pressione deve essere esercitata anche sui ribelli del Darfur affinché essi si attengano ai loro impegni e pongano fine a tutti gli attacchi che violano il cessate il fuoco. I ribelli devono riassumere il controllo sulle forze disseminate al loro interno, punire le violazioni dei diritti umani e risolvere le divergenze interne. Quest’ultima azione può esser condotta grazie ad una serie di conferenze sia al livello della base che a quello dei leader, le quali potrebbero venire supportate dalla comunità internazionale. Se i loro leader continueranno a minacciare la sicurezza, essi dovrebbero anche essere soggetti a sanzioni mirate.

Inoltre la comunità internazionale deve potersi muovere velocemente per rafforzare il processo di pace guidato dall’AU. Questo processo potrebbe perdere il suo mediatore più autorevole e manca di un serio impegno delle parti belligeranti e del tipo di collaborazione di alto livello tra l’AU e la più ampia comunità internazionale che possa garantirne l’efficacia.

Infine, non si deve permettere che l’adempimento del CPA [Accordo Completo di Pace] diventi un pretesto per non fare pressioni per stabilizzare il Darfur. Al contrario, con molta probabilità un eventuale fallimento nel risolvere la crisi del Darfur finirà per minare il CPA stesso. Ora sarebbe un grave errore non esercitare la pressione dovuta su Khartoum.

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