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Messico: cosa ci aspettiamo da Marcos

Immanuel Wallerstein analizza il ruolo avuto dalla rivoluzione zapatista di fronte alla crisi della sinistra mondiale degli ultimi decenni. E spiega perché sia il momento di aspettarsi l'avvio di una «seconda fase»

Insieme a Noam Chomsky e a Arundhati Roy, Immanuel Wallerstein è un indiscusso maître à penser del movimento no-global, che in America latina si chiama altermundista. Basandosi sulla teoria dei cicli di Kondratiev - un’alternanza di espansioni e crisi del capitalismo - Wallerstein afferma che l’attuale sistema economico mondiale è entrato nella sua fase terminale, diagnostica il crollo del neoliberismo e racconta l’Iraq come tomba dell’impero americano. Wallerstein è a San Cristóbal per inaugurare un centro di ricerca e documentazione che porta il suo nome e fa parte della Universidad de la Tierra, un’iniziativa di democratizzazione della cultura.

E’ di questi giorni la dichiarazione di un’alerta roja zapatista. Cosa pensa degli ultimi comunicati di Marcos e come valuta l’esperienza zapatista?

Quando Marcos dice che è la fine di una fase ha assolutamente ragione. L’esperienza zapatista di questi anni è stata molto importante non solo per il Messico ma per il mondo. Per me lo zapatismo ha tre aspetti di rilievo. Innanzitutto è una ribellione degli indigeni: e questo è molto importante soprattutto in America latina - dove le indipendenze del XIX secolo erano essenzialmente indipendenze dalla Spagna, in cui gli indigeni non hanno mai potuto avere il loro posto o, se provavano a prenderlo, venivano repressi.

In secondo luogo, lo zapatismo è il primo grande sforzo di concretizzare un progetto politico in cui la conquista del potere centrale non costituisce l’obiettivo, e anzi è qualcosa che si rifiuta. E’ stato un rifiuto della via della sinistra tradizionale, comunista o socialdemocratica, e degli stessi movimenti di liberazione nazionale, che hanno tutti cercato di conquistare il potere dello stato e ci sono spesso riusciti.

Il terzo aspetto importante è stato che la sinistra mondiale ha passato brutti momenti negli anni `70-’80, culminati con la fine del Pcus in Urss. C’era come un senso di depressione nella sinistra di fronte a quella che sembrava una marcia trionfale del neoliberalismo in tutto il mondo. Ebbene, la ribellione zapatista fu il primo movimento che andava in direzione opposta, riprendeva la marcia della sinistra e produceva conseguenze. Dopo sono venute Seattle, Genova, Cancun e le tante contestazioni al Wto, al G8, ai centri del potere mondiale; e il Forum Sociale mondiale, una riattivazione della sinistra mondiale. Bene, ora siamo arrivati al 2005 e in questi anni, qui in Chiapas, si è realizzato qualcosa, forse non tutto quello che si sarebbe voluto, però siamo arrivati a un punto in cui i metodi, le strategie e le tattiche utilizzate sono ormai all’esaurimento e non possono andare oltre. Quando sono andato all’ultimo Forum Sociale a Porto Alegre, in gennaio, ho avuto la stessa impressione: siamo in un momento critico, ci sono stati enormi successi negli ultimi cinque anni, ma le possibilità si sono un po’ esaurite, bisogna entrare in una seconda tappa. Può essere che il suo lancio venga ancora una volta dagli zapatisti. Non sappiamo ancora che proposte usciranno dalla loro consulta: se prenderanno iniziative importanti, come promettono, questo avrà grandi ripercussioni non solo sulle elezioni messicane dell’anno prossimo, ma sullo stesso Forum Sociale mondiale e nel mondo in generale.

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