
Le foreste siberiane della Federazione Russa sono il più grande “polmone verde” del pianeta, poiché rappresentano il 22 per cento delle aree boschive del globo (contro il 16 per cento della foresta amazzonica). Oltre a questo, esse sono l’habitat di popoli indigeni: allevatori di renne e depositari di antiche culture sciamaniche basate su un rapporto simbiotico con la foresta, con gli alberi, gli animali e le piante che in essa crescono. Si pensi solo ai riti legati all’assunzione rituale dell’amanita muscaria, il fungo allucinogeno con la testa rossa a pallini bianchi, da essi considerato carne degli dèi e il mezzo di comunicazione con gli spiriti. Tutto questo patrimonio ambientale e umano ora rischia di sparire.
Popoli indigeni a rischio. Come riferisce la stampa russa, il governo di Mosca intende affittare per 49 anni un milione di ettari di foresta siberiana a diverse imprese statali cinesi che la disboscheranno per ricavarne legname. La regione interessata si trova tra gli oblast di Tjumen e Sverdlovsk, nella Siberia occidentale. In questa zona vivono i popoli indigeni dei Chanti, dei Mansi, dei Selcupi e degli Elenchi.
“Lo sfruttamento illimitato delle risorse quali il petrolio, il gas, l’oro, i diamanti e l’uranio – denuncia l’Associane per i Popoli Minacciati – hanno già costretto i popoli indigeni siberiani a ritirarsi sempre più dalle loro terre e molti si sono così trovati costretti ad abbandonare il proprio stile di vita tradizionale. Sradicamento culturale, povertà, disoccupazione e malattia sono fenomeni che colpiscono in particolar modo i popoli indigeni e che fanno sì che l’aspettativa media di vita sia tra gli indigeni siberiani di oltre dieci anni più bassa rispetto alla media russa”.

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