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«Fazioso quel film sugli operai», Bonanni scrive alla Rai

Il leader Cisl contesta l'opera della Comencini: non vada in onda, i sindacalisti non sono tutti comunisti

Mercoledì sera, alla prima del film-documentario «In fabbrica», mentre tutti, da Fausto Bertinotti a Cesare Damiano, da Guglielmo Epifani a Paolo Gentiloni, scattavano in piedi ad applaudire l’ultima opera di Francesca Comencini appena proiettata nell’Auditorium della Conciliazione, Raffaele Bonanni ha invece afferrato il suo giaccone ed è andato via infuriato. «Mi conosco troppo bene e mi sono detto: o me ne vado subito o qui faccio un casino». A lui, solo a lui, il film sugli operai dagli anni Cinquanta ad oggi non è piaciuto proprio. «Fazioso e fuorviante», ha sentenziato a botta calda il segretario della Cisl.
Poi è andato a casa, ci ha dormito su, ma l’arrabbiatura non gli è passata. Tanto che, arrivato nel suo ufficio al terzo piano di via Po, si è sfogato con i suoi collaboratori e ha deciso di scrivere una lettera di protesta al direttore generale della Rai, Claudio Cappon. E già, perché «In fabbrica » è prodotto da RaiCinema e verrà trasmesso la sera di giovedì 14 febbraio su Raitre. «Mi auguro — conclude la sua lunga lettera Bonanni — che la Rai possa riflettere attentamente prima di mandare in onda un documento storico » che, prosegue il leader della Cisl, «non rappresenta in maniera corretta e utile la realtà». «Non voglio censurare nessuno, sia chiaro — spiega Bonanni al telefono — e rispetto l’autonomia professionale della regista, ma dico che un’opera così mi preoccupa». Addirittura? Il sindacalista cattolico si lancia in un paragone storico ardito. «Nel film c’è una ricostruzione fuorviante e ideologizzata del mondo del lavoro, che mi ha fatto venire in mente certe ricostruzioni a senso unico sulla nostra Resistenza, dove sembra che i partigiani sono stati solo comunisti. Qui, in questo documentario, sembra che i sindacalisti sono solo quelli della Cgil e della Fiom e che solo il Pci si è occupato degli operai. Non si vede mai uno della Cisl. Eppure tutte le lotte sindacali per il progresso dei lavoratori sono state unitarie, a partire dall’autunno caldo. Se tutto questo viene ignorato, si impedisce alla gente di riconoscersi in battaglie che sono state popolari e condivise, e non di parte. Si fa una pedagogia negativa, figlia di un’arroganza culturale che conosco bene ma alla quale non mi voglio rassegnare».

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