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Sulla Beneficenza

Sono almeno tre gli argomenti che non funzionano nell’articolo 30, d.l. 185/2008.

l'immagine rappresenta dei soldiIl primo è che ad oggi, 22/03/2009, del modello richiesto agli enti di tipo associativo per poter continuare ad essere considerati tali, non vi è ancora traccia: ci staranno lavorando! Ma allora perché fissare un termine che si sapeva da principio che non si sarebbe rispettato?
Perché per la pubblica amministrazione i termini sono per lo più ordinatori e mai perentori.
Per noi sudditi vale il contrario. Pazienza.

Il secondo è l’introduzione nell’art. 10, d.lgs. 460/97 del comma 2-bis, mediante il quale si rafforza il concetto di beneficenza che avevamo già visto enuclearsi nella risoluzione Agenzia delle Entrate 09/09/2002 n. 292/E.
Lo si fa con una formulazione a dir poco curiosa: si afferma che è considerata attività di beneficenza (…) anche la concessione di erogazioni gratuite in denaro.
La domanda sorge spontanea: ma allora ci sono le erogazioni a titolo oneroso di denaro?

In effetti sì: sono quei contratti che si stipulano e per i quali una somma di denaro viene erogata, si ha l’obbligo di restituirla e di pagare gli interessi maturati.
Il contratto si chiama mutuo ed è disciplinato dal codice civile e, come mi ha insegnato sino allo sfinimento il mio insegnante di matematica finanziaria, nel mutuo si restituisce il capitale mutuato e si pagano gli interessi.

Perciò un’erogazione gratuita di denaro non significa beneficenza, perché la gratuità dovrebbe consistere negli interessi zero.

Insomma l’erogazione gratuita di denaro è una “schifezza giuridica”. Nella furia di legiferare urgentemente, il legislatore si è dimenticato di usare un termine che è pacificamente utilizzato da anni, quello di “erogazione liberale”. Tale è infatti la donazione che, per entità dell’importo e/o capacità patrimoniale del donatore, non deve sottostare alla rigida formalità prevista per il contratto di donazione (artt. 769 e segg. cod.civ.).

Un’ulteriore perplessità è costituita dalla ripresa in termini legislativi del concetto di beneficenza indiretta espresso dall’Agenzia delle Entrate nel 2002 (ris. 09/09/2002 n. 292/E), restringendolo però alle questioni di mero denaro.
Nella risoluzione del 2002 si parlava infatti anche di erogazioni gratuite in natura.

Il fatto poi che il denaro provenga da gestioni patrimoniali o da donazioni appositamente raccolte, evidenzia che la disposizione sia stata suggerita da soggetti che detengono patrimoni dai quali provengono rendite destinate ad essere erogate.

La destinazione delle erogazioni è proprio il punto sul quale nascono molte perplessità, peraltro già esternate da Carlo Mazzini su Vita, numero 3 – 30/01/2009 pag. 7.

Se infatti il soggetto che fa beneficenza ne dispone verso i destinatari finali oppure verso altre O.n.l.u.s. non vi sono problemi: il flusso dei fondi perviene alla O.n.l.u.s. in regime O.n.l.u.s. ed è erogato allo stesso modo. Il gettito fiscale al quale lo Stato rinuncia è compensato dal fatto che l’attività della O.n.l.u.s. è di utilità sociale, a meno che vi sia un utilizzo fraudolento dei benefici fiscali, pur sempre possibile.
Ma questa è un’altra storia.

Le cose cambiano e radicalmente se la O.n.l.u.s. sollecita le donazioni facendo leva sui benefici fiscali ma, successivamente, apre all’erogazione verso soggetti che non sono i diretti beneficiari, bensì enti che non sono O.n.l.u.s..
In tal caso è possibile, se non assai probabile, che si inneschino pericolosi fenomeni elusivi. In altri termini si potrebbe verificare che soggetti, pur sempre in ambito non profit, attingano risorse a fiscalità agevolata, il cui accesso sarebbe loro precluso in quanto non O.n.l.u.s., attraverso un soggetto interposto, in questo caso una O.n.l.u.s..

Si faccia il caso (sia chiaro che è un’ipotesi) di un ente pubblico che, per legge è escluso dalla possibilità di sollecitare una raccolta fondi utilizzando la leva della + dai – versi. L’ente pubblico chiede ad una O.n.l.u.s. di effettuare la campagna di raccolta fondi. Evidentemente le erogazioni liberali a favore della O.n.l.u.s.-collettore beneficiano della deducibilità fiscale. La O.n.l.u.s., successivamente, eroga all’ente pubblico i fondi raccolti. L’ente pubblico utilizza i fondi per il pagamento di spese correnti anziché destinarli ad uno specifico progetto.

Nella realtà vi sono organismi O.n.l.u.s. che sono costituiti con il preciso principio di sostenere una specifica attività di utilità sociale, magari sostenendo uno specifico soggetto. Ad esempio vi sono fondazioni O.n.l.u.s. che sostengono attività ospedaliere. In realtà, non si tratta di mera beneficenza, in quanto queste fondazioni non si limitano alla mera erogazione dei fondi raccolti, ma sono esse stesse attori nel processo assistenziale.

Abbiamo un evidente problema di tenuta del “sistema O.n.l.u.s.”: da una parte si pongono rigorosi vincoli a questa categoria di enti non profit e dall’altra si aprono falle senza curarsi troppo della portata del danno potenziale.

I rigorosi vincoli rischiano di essere “grida manzoniane”.
Non credo che sul tema vi siano soluzioni-scorciatoia, né credo che il problema sia risolvibile affidando alla O.n.l.u.s. erogatrice i compiti di ispezione sulla destinazione finale dei fondi: da una parte si rischia di investire soggetti di compiti di verifica di competenza dell’Agenzia delle Entrate senza peraltro concedere alcun beneficio in contropartita. Un codice di autoregolamentazione avrebbe lo stesso effetto: senza affermazione di quali e quanti controlli si devono effettuare è solo un inutile spreco di carta.

Probabilmente la soluzione più economica e percorribile è quella di eliminare la norma, i cui reali benefici risultano discutibili alla luce degli evidenti e assai probabili effetti elusivi.

(Gianpaolo Concari)