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Pane e coraggio

Fare il pane. Un gesto semplice a volte è un gesto coraggioso. Questa è una piccola divagazione rispetto all'argomento della rubrica, ma ho sentito la necessità di raccontare questa storia.

scritta le esperienze Qualche sera fa, durante il Tg3-Linea Notte, si è accennato, purtroppo poco, ad un forno dell’Aquila che ha panificato e ha tenuto aperto sin dal lunedì mattina, dopo la scossa di terremoto della notte tra il 5 e il 6 aprile.
E’ una notizia che ha rispedito la mia memoria ad una notte di quasi 29 anni fa, quando, ormai il 24 novembre 1980, era successa la stessa cosa a Salerno, dopo il terremoto dell’Irpinia.
Solo che in quel momento, quella storia la stavo vivendo io.
La notte tra il 23 e il 24 novembre 1980 è stata una delle notti più buie che io abbia mai vissuto, anche se era una notte di luna piena.
Era la notte del terremoto, che io e i miei genitori abbiamo trascorso in auto e lontani dalle case, ma non prima di aver fatto un giro tra gli amici più stretti per vedere come stavano.
Soprattutto tra quelli che avevano vissuto quell’esperienza insieme a noi.
Quella sera, alle 19.34 ero in un cinema nel centro di Salerno. Ero uscito da solo perché, come oggi, a volte mi piace andare al cinema da solo se c’è un film che mi interessa vedere.
A casa mia erano arrivati nel frattempo e a sorpresa Eugenio e Luigi due miei amici.
Loro con i miei stavano guardando la televisione e a quell’ora c’era la canonica trasmissione di un tempo della partita di serie A.
Pochi istanti prima delle 19.34 avevano preso l’ascensore per salire da noi, Dino, la moglie Luciana e il figlio Carmine. Paolo era ancora nel grembo di Luciana. Erano altri tre amici che passavano a farci visita, un’improvvisata, magari sarebbero rimasti a cena.
Alle 19.34 si scatenò, come sappiamo, la furia della Natura.
Abitavamo al settimo piano. L’energia elettrica saltò quando la cabina dell’ascensore era tra il terzo e il quarto piano.
Nello stesso momento, al buio, cercavo di uscire dal cinema in mezzo alla folla della domenica sera che, impazzita per ciò che succedeva, si riversava sul lungomare, il primo luogo aperto, lontano dai palazzi. La città era illuminata solo dai fari delle auto. Ricordo, come se lo guardassi ora, il volto di un automobilista che, sceso dalla sua, aveva messo le mani sul cofano come a voler fermare il movimento innaturale della sua scatoletta di latta, lo sguardo inebetito, perso nel vuoto, lui paralizzato dalla paura.
Prima di allora non avevo mai vissuto un terremoto. Non sapevo proprio cos’era né cosa fare. Ne avevo solo sentito parlare o ne avevo visto le immagini per televisione.
Allora non c’erano i cellulari ma da un “baracchino” montato su un’auto parcheggiata sentivo la richiesta di soccorso di un carabiniere chiedeva aiuto, da un paese poco distante dalla città, perché “era andato giù tutto”.
Ci ho messo più di un’ora per convincere me stesso ad andare a vedere cos’era successo a casa. Mi sono avventurato per le vie della città poco illuminata. A mano a mano che le percorrevo a piedi mi facevo coraggio perché non vedevo segni di crolli, solo qualche calcinaccio qua e là.
I miei mi aspettavano sotto al portone di casa. Erano riusciti a tirare fuori dall’ascensore i nostri amici e poi erano venuti a cercarmi. Erano corsi davanti al cinema ma, anche se non mi avevano trovato, erano più tranquilli perché la struttura era intatta.
Una volta ricongiunti, abbiamo preso l’auto e qualche coperta e siamo andati a dormire fuori dalla città, lontano dai muri. Avevamo lo stadio comunale praticamente sotto casa ma volevamo stare lontani anche dal panico collettivo.
Durante la notte ci hanno svegliato di tanto in tanto altre scosse. Al mattino abbiamo deciso di tornare a casa.
Eravamo stanchi perché dormire in auto non era stato molto comodo.
Ci siamo lavati un po’ e poi insieme siamo andati ad aprire il nostro negozio di alimentari. Poteva servire a chi aveva bisogno di cercare cibo. Il negozio era sul corso Vittorio Emanuele, nei pressi di piazza Portanova.
Sotto casa c’era un forno e alle sette e mezza del mattino del 24 era aperto, con il profumo del pane che usciva. I fornai erano due fratelli che evano panificato durante la notte, nonostante l’energia elettrica a singhiozzo e, soprattutto, nonostante la paura.
Noi siamo andati ad aprire la nostra piccola bottega di alimentari e loro a vendere il pane.
Quando verso le sedici cominciò a fare buio, l’angoscia, un po’ sopita con la luce del giorno, ritornò di nuovo e dopo aver abbassato la saracinesca, siamo tornati a casa, tutti e tre insieme, abbiamo cenato velocemente e ce ne siamo andati a dormire, sempre lontani dalle case.
Comportamento irrazionale certamente, perché le scosse di terremoto sono improvvise, non c’è una tregua, un orario dove si può stare tranquilli.
Tornare in casa per le faccende quotidiane poteva essere pericoloso.
Il palazzo però aveva dimostrato di essere stato costruito bene, nonostante avessimo scoperto, alcuni anni dopo l’acquisto dell’appartamento, che l’ultimo piano fosse abusivo.
Il giorno dopo, stessa scena: noi tre che tornavamo in casa per poco tempo dal nostro rifugio notturno per andare poi ad aprire la bottega. Il forno sotto casa con gli sfollati, accampati nel vicino stadio comunale, che andavano a comprare il pane.
Credo una scena comune a Salerno la mattina del 24 novembre 1980 e a l’Aquila la mattina del 6 aprile 2009.

Si dice che il pane sia un alimento con poco “valore aggiunto”. Del resto, la ricetta più semplice prevede farina, acqua, lievito e un po’ di sale.
Alcuni amici di ritorno da una spedizione umanitaria in Bosnia, alcuni anni fa, mi avevano raccontato che gli sfollati di un campo di raccolta non avevano chiesto vestiti o altro. Avevano chiesto delle attrezzature per fare il pane. Perché organizzare un forno serviva sia per sfamare la gente ma soprattutto per ritrovare l’unità, l’identità delle persone sradicate con la violenza dai luoghi in cui avevano vissuto. Un’altra storia certamente, ma che ci fa comprendere quanto sia importante “fare il pane”.

Fare il pane… Un gesto quasi banale ma che in certi momenti diventa essenziale per tante persone. E’ un gesto di coraggio, un segnale per ricominciare dal punto dove altro o altri hanno cercato di fermare la tua storia, la tua vita. Magari una storia marginale, come le chiama Luis Sépulveda, ma è la nostra storia, unica e irripetibile.

Il mio pensiero va perciò ai fornai, anche loro capitani coraggiosi, che hanno riaperto i loro forni là dove ce n’era bisogno, nonostante tutto.

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