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Cancro al seno, nuovo test per individuare chi rischia ricadute

E' italiana la ricerca che potrebbe portare ad un nuovo test per identificare chi fra le pazienti che soffrono di carcinoma mammario è a maggior rischio di ricadute. I risultati degli studi sono stati presentati dal dottor Pier Francesco Ferrucci ad Amburgo in occasione del 25 congresso della società europea di oncologia

Più della metà delle donne che soffrono di
carcinoma mammario ad alto rischio possono avere ricadute nei cinque anni
successivi al trattamento di chemioterapia e radioterapia. Ed è difficile
attualmente prevedere chi è maggiormente a rischio di recidive. Oggi, gli studi
coordinati da Pier Francesco Ferrucci, Francesco Bertolini e Giovanni Martinelli
dell’Istituto europeo di oncologia di Milano, permettono di fare un passo in
avanti. La chiave di volta per capire chi può sviluppare ricadute, potrebbe
essere una proteina, la maspina, espressa dalle cellule epiteliali. “Si tratta
di studi preliminari, non ancora pubblicati, che attendono di essere confermati
da un follow-up più prolungato delle pazienti”, spiega a kwSalute Francesco
Bertolini, responsabile del laboratorio di ematoncologia dell’Istituto europeo
di oncologia di Milano, coautore delle ricerche. “Abbiamo trovato che
l’espressione di una particolare proteina, la maspina, nelle cellule tumorali
del carcinoma della mammella si associa ad una minore ricorrenza di ricadute.”
Il 50-70% delle pazienti affette da carcinoma della mammella ad alto rischio
presenta micrometastasi nel sangue periferico e nel midollo osseo. “Se in queste
pazienti si riscontrano alti livelli di maspina, il rischio di recidive è
minore”.Lo studio, durato un anno, è stato condotto su 48 donne affette da forma
ad alto rischio di carcinoma della mammella, già sottoposte a terapia con
interventi chirurgici e chemioterapia. In generale, che aveva livelli di maspina
più elevati, aveva anche minori probabilità di ricadute. “Il risultato ci ha
sorpreso”, dice ancora Bertolini. “Anzi, ci aspettavamo proprio il contrario. La
maspina viene espressa nelle cellule epiteliali maligne e fino ad oggi era
ritenuta un probabile marker di progressione tumorale “. In particolare, otto
pazienti che avevano venti o più linfonodi interessati dal tumore, quindi
affette da una forma particolarmente grave del tumore, dopo quindici mesi di
osservazione non hanno presentato episodi di ricadute. Tutte avevano alti
livelli di maspina. “Probabilmente la maspina inibisce l’angiogenesi, cioè la
crescita di nuovi vasi e quindi l’alimentazione e la crescita del tumore
stesso”, spiega ancora Bertolini.Il risultato è interessante: la presenza di
questa proteina potrebbe divenire la base di un test, uno screening di routine
utile per i medici per identificare almeno una certa percentuale di donne a
rischio di ricaduta, e, di conseguenza, dare loro un trattamento ad assistenza
più adeguate. E, in un secondo tempo, non è escluso che si possa indagare come
utilizzare questa proteina per contrastare o addirittura prevenire la malattia:
“E’ un’ipotesi plausibile ma ancora remota. Occorre prima individuare le
funzioni esatte della proteina, poi eventualmente passare a sperimentazioni
precliniche. Nel giro di un anno, comunque, dovremmo passare alla pubblicazione
delle nostre osservazioni cliniche e si potranno fare valutazioni più precise”,
conclude Bertolini.

 


di Alessia Manfredi

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