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I due Foscari

Tragedia lirica in tre atti, libretto di Francesco Maria Piave tratto dalla tragedia "The two Foscari" di George Byron.

Atto I:

È il 1457. Nella Sala nel Palazzo Ducale di Venezia il Consiglio dei Dieci e i
membri della Giunta stanno per riunirsi per una decisione importante. Giungono
Loredano, membro del Consiglio, e il suo amico Barbarigo. I due apprendono che
il Doge, apparentemente calmo e sereno, li ha preceduti nella Camera del
Consiglio: prima di entrarvi, tutti i presenti cantano le lodi della giustizia
veneziana. Condotto fuori dal carcere, Jacopo Foscari, figlio del Doge, attende
di essere convocato dal Consiglio: egli saluta la sua amata Venezia, che non
vede da tempo a causa dell’esilio che lo ha bandito dalla città. Un ufficiale lo
esorta ad aver fiducia in un atto di clemenza, ma Jacopo inveisce contro
l’atroce odio di cui è vittima.

Lucrezia Contarini, moglie di Jacopo, promuove la causa del marito davanti al
Doge, nonché padre di lui; ma, risponde il Doge, essa può sperare e chiedere
giustizia solo al cielo. All’annuncio di Pisana, amica di Lucrezia, che Jacopo è
stato condannato ad un nuovo esilio, Lucrezia dà sfogo al suo furore

I senatori commentano, uscendo dall’aula, la sentenza appena pronunciata: Jacopo
non ha confessato, ma la lettera che ha inviato al duca Sforza di Milano è la
prova della sua colpevolezza; è quindi giusto che torni nuovamente in esilio a
Creta: a tutti deve essere chiara l’imparzialità della giustizia veneziana, che
condanna anche un figlio del Doge.

Solo, il Doge riflette amaramente sul suo destino sia di principe, il cui potere
è ormai dimezzato da quello dei Dieci, sia di padre, che vede languire il figlio
senza poterlo salvare. Entra Lucrezia e supplica il suocero di far annullare la
sentenza che colpisce Jacopo; ma il Doge risponde che le leggi di Venezia glielo
impedisce. Vedendo il vecchio in lacrime per il destino del figlio, Lucrezia
comincia a sperare.

Atto II:

Languendo in un’oscura cella, Jacopo vede in un momento di delirio il fantasma
del Carmagnola, il famoso condottiero giustiziato a Venezia, che avanza
minacciosamente verso di lui con il capo reciso. Spaventato, sviene. Riavutosi,
si ritrova tra le braccia di Lucrezia, da lui giunta per comunicargli la
sentenza dei Dieci: non si tratta di una condanna a morte, bensì dell’esilio,
che li costringerà a vivere per sempre separati. Ma da lontano odono il suono di
una barcarola che infonde loro una nuova speranza. Sopraggiunge il Doge e i tre
si abbracciano con commozione: è l’affetto paterno e non il rigore dell’autorità
che Jacopo ora riconosce in lui e ciò gli sarà di conforto nell’esilio. Scortato
dalle guardie, entra nella cella Loredano e comunica freddamente a Jacopo che il
Consiglio si è già riunito: per lui è giunta l’ora di partire definitivamente
alla volta di Creta. I tre si abbracciano ancora, ma Loredano li divide senza
pietà suscitando l’ira di Jacopo e Lucrezia: il Doge li esorta alla calma.
Jacopo viene quindi condotto via dalle guardie.

I consiglieri e la Giunta si sono riuniti per confermare la sentenza. Entra il
Doge per presiedere il Consiglio. Viene quindi introdotto Jacopo, che chiede al
padre giustizia per un innocente, ma questi non può far altro che consigliargli
la rassegnazione. Con Pisana e altre dame sue amiche sopraggiunge anche
Lucrezia, tenendo per mano i suoi due bambini. Jacopo corre ad abbracciarli e li
fa inginocchiare ai piedi del Doge, invocando la sua pietà. Barbarigo si
commuove a questa scena e cerca di ammorbidire l’implacabile Loredano. Ma questi
e i senatori si mostrano irremovibili: che Jacopo torni a Creta e parta da solo,
senza la famiglia. A questa prospettiva Jacopo sente che la morte è ormai
vicina.

Atto III: La Piazzetta di San Marco si riempie di popolo e di maschere: sta per
svolgersi una regata. Giungono Loredano e Barbarigo che osservano la gioia del
popolo, totalmente incurante della sorte dei Foscari e del Doge. Loredano dà
quindi l’ordine che si inizi la gara. Ma a un improvviso squillo di trombe il
popolo, impaurito, si ritira: sta giungendo dal mare una galera destinata a
ricondurre a Creta Jacopo. Prima di imbarcarsi saluta mestamente Lucrezia e i
suoi bambini ed esorta la moglie a non piangere per non far gioire i suoi
nemici. Ma Loredano si interpone nuovamente fra loro e gli impone di
affrettarsi. Al salire di Jacopo sulla galera Lucrezia sviene.

Nelle sue Stanze private il Doge si lamenta del suo tragico destino: tre suoi
figli sono morti prematuramente e il quarto gli è stato sottratto da un infame
esilio. Ma entra improvvisamente Barbarigo recando una lettera scritta da un
certo Erizzo, in cui questi confessa di aver commesso il delitto imputato a
Jacopo. Il Doge ringrazia il cielo. La gioia però dura poco: sopraggiunge
Lucrezia in lacrime ad annunciargli la morte di Jacopo, deceduto nel momento
stesso della sua partenza; essa esce di scena, invocando sui suoi persecutori
l’ira del cielo. Vengono quindi introdotti davanti al Doge i membri del
Consiglio condotti da Loredano: data l’età e il recente lutto, sono venuti a
chiedere al vecchio Foscari di rinunciare alla sua carica. Per il Doge è il
colpo finale: per due volte in passato aveva domandato di abdicare e per due
volte gli era stato negato; avendo giurato di morire nell’esercizio delle sue
funzioni, egli ora resterà fedele al suo giuramento. Ma il Consiglio è
inflessibile: il vecchio Foscari consegna quindi l’anello e il corno ducale.
Giunge Lucrezia, da lui chiamata, e mentre conduce il vecchio fuori del palazzo,
si ode il suono delle campane di San Marco: Loredano si avvicina a Foscari e gli
annuncia che Malipiero è il nuovo Doge. Alla notizia il vecchio muore.