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L’umanoide Krio ha diretto la Filarmonica di Tokio

Commento di Nicola Berti

Parto da alcuni presupposti che, dico subito, possono essere condivisibili o meno. Sono, però, la sintesi di quanto hanno scritto e detto studiosi insigni circa la situazione attuale dell’uomo e la condizione in cui viene a trovarsi nel mondo tecnologico odierno.

La tecnica, dicono, ha provocato l’irreversibile decadenza dell’umanesimo.
L’uomo, cioè, non è più in grado di governare la terra. Egli ha rivolto ogni suo sforzo per incrementare il progresso tecnico – scientifico finendo per non poter più disporre liberamente di tutto quel patrimonio sul quale dominava incontrastato. La tecnica, un tempo, era pensata come un mezzo. Gli scopi erano fissati dall’uomo.
Oggi la situazione si è capovolta perché la tecnica è la condizione universale per realizzare qualsiasi scopo, anzi è il primo scopo al quale tendono gli uomini. E quando un mezzo diventa scopo, tutto diventa drammatico. La tecnica diventando scopo, tende sempre più al suo potenziamento. Attualmente qualsiasi apparato per essere “efficace, efficiente e funzionale” (tre termini usuali, tre esigenze necessarie in ogni campo), si affida a mezzi tecnici. Questo agire è “afinalizzato”.
Ne deriva che l’uomo si trova in uno scenario senza orizzonti perché è diventato soggetto dipendente e subalterno alla tecnica senza la quale non è più nulla. Questo sostengono i pensatori, i filosofi da Bacone a Heidegger, da Emanuele Severino a Umberto Galimberti (questi ultimi più vicini a noi). Tuttavia, si potrebbe osservare che, per esempio, l’arte (in senso generale) dovrebbe costituire l’unico «spazio autonomo» capace di sottrarsi all’abbraccio mortale della tecnica. Ma lo stesso Galimberti potrebbe rispondere che l’arte è essa stessa una forma di tecnica. Per esempio, «Poesia» non è un termine derivante dal greco “poiesis”, che significa «produzione» in cui sono organizzati mezzi in vista di scopi ?

Una breve introduzione per parlare di un fatto accaduto in Giappone.
Il direttore d’orchestra Krio ha preso in mano la bacchetta e ha diretto nientemeno che la Filarmonica di Tokio nella “Sinfonia n. 5 in do minore, op. 67” di Ludwig van Beethoven, quella che viene volgarmente definita “del Destino”.
La notizia è apparsa sulla Stampa del 20 marzo 2004 con un lungo articolo della cantante Mina.
Fin qui nulla di strano e di eccezionale. Singolare ed anomalo è il resto perché Krio è un robot umanoide costruito dalla Sony, alto 58 cm. che ha scandito i tempi ai numerosi orchestrali (ci vuole un bel coraggio per essere diretti da un robot !) e che alla fine ha salutato il pubblico per gli applausi avuti. Oltretutto, ha anche il dono della parola. In sala, il pubblico era costituito soltanto da bambini che abituati ormai ai video giochi digitali e alle Playstation, non hanno sollevato obiezioni. Anche loro robotizzati. Anzi, si sono ritrovati nel loro mondo (quello che gli uomini d’oggi hanno costruito per loro). Magari sarà stata la prima volta che assistevano ad un concerto e non avevano mai visto un teatro, un orchestra e un direttore.

Un effetto della tecnica esasperante e sconvolgente. Non solo. Questa sperimentazione ha anche altri aspetti negativi. Prima di tutto sul piano educativo – pedagogico, poi sul piano musicale ed artistico. Un’operazione a dir poco aberrante.

Da noi, si sta facendo la guerra ai video giochi. In Giappone, non si sa cosa succede. D’altronde è il paese delle contraddizioni e delle incoerenze. C’è ancora chi s’ispira ai samurai, chi è legato alla più nobile tradizione e chi sperimenta cose devianti e perverse. In ogni caso, sono affari loro. Ma preoccupa quello che diffondono, che fanno circolare, che trasmettono soprattutto in un mondo globalizzato dove l’uomo non ha limiti né confini.

La sinfonia n.5 di Beethoven è l’opera emblematica dell’agonismo eroico beethoviano. Biamonti scrive che esprime, al grado di tensione e di originalità più alto, il dramma dello spirito umano anelante a vincere le cieche potenze avverse ed esultante, a vittoria ottenuta, con foga pari all’irruenza dei contrasti. Questo lavoro nacque dalla necessità di Beethoven di descrivere, con rara potenza drammatica, l’affermarsi dell’uomo nel mondo per far risaltare e valorizzare la propria vitalità contro le forze oscure dell’irrazionalità del reale. Eroismo come esigenza morale senza la quale non esiste libertà. E’ la sinfonia della maturità con la quale l’autore esprime in musica, i valori più alti e pregnanti, quelli assoluti, di un umanesimo nutrito, afferma Carli Ballolla, di “principi etici kantiani”. Con le quattro note scandite più volte nel primo movimento (lo stesso autore commentò la simbologia) è “il destino che batte alla nostra porta”. Così si apre il tragico confronto esistenziale, la lotta quasi impari dell’uomo contro le forse contrastanti della natura, tra momenti di sconforto e di esultanza. Angoscia e smarrimento sembrano vincere, ma nel finale l’uomo si fortifica, si consolida, conferma la sua volontà di lottare perché ha in pugno la vittoria contro quelle forze che lo volevano mortificare, annullare.

In tal modo gli organizzatori del concerto sono caduti in un’ulteriore contraddizione. Hanno sperimentato un’operazione di tecnologia avanzata (fino a che punto avanzata?) su un’opera che ha un preciso significato e che si contrappone in modo così evidente e inoppugnabile alla manifestazione realizzata. E questo mi porta a pensare che gli organizzatori o non capiscono nulla di musica o volevano mettere in atto (intenzionalmente) una provocazione.

Al termine dello spettacolo, considerato che Krio, un umanoide che a detta della Sony, ha un suo quoziente d’intelligenza e quindi, dovrebbe avere capito cosa aveva fatto, doveva ritirarsi e cliccare quel tasto per non poter ripetere simili esperimenti. Ma la Sony, soddisfatta ed entusiasta dei risultati, non indietreggia e giustifica quella “mise en scène” come una tappa per il perfezionamento dell’intelligenza artificiale. Sono d’accordo con Mina quando alla fine commenta: “Ma non sarebbe meglio occuparsi del perfezionamento dell’intelligenza umana?”. Ne avremmo tanto bisogno, aggiungo io.
Nicola Berti