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Savini – Gli anni del Mito

Quando ai tavoli c’erano Grace, la Callas ed Onassis Commendatori e grandi famiglie, cenare in quelle sale era come entrare nel giro di chi contava

“Andiamo al Savini”. “Ti porto al Savini”. “Sono stati visti al Savini”. Negli anni sessanta, una di queste tre affermazioni era una consacrazione nell’Olimpo milanese delle grandi famiglie borghesi, dei commendatori, di quelli che volevano arrivare a tutti i costi. Il Savini era un luogo pubblico, per cui raggiungibile, a parole, da tutti. Il suo fascino era in quell’ irraggiungibile raggiungibilità del tempio del risotto al salto meneghino. Più che un ristorante era un club di facoltosi arrivati che si davano appuntamento lì per mostrarsi al mondo. Gli unici là dentro, fra divani rossi e zuppiere argentate e gli altri fuori. “Andiamo al Savini” significava: siamo arrivati e sappiamo vivere. Dire: “Ti porto al Savini” era la degna conclusione di ogni relazione che da ufficiosa diventava ufficiale. Al Savini, bellissima,fece il suo ingresso milanese Liuba Rosa al fianco di Andrea Rizzoli quando il loro amore diventò ufficiale. Sempre al Savini entrò leggiadra ed emozionata una giovanissima Carla Fracci quando ormai non era più una ballerina del corpo di ballo ma un etoile. “Ti porto al Savini, era poi la frase dell’epoca, un’epoca in cui gli uomini scartavano le donne, decidevano per loro e pagavano per loro. Cenare lì era considerata la punta massima del corteggiamento o il culmine del senso di colpa. Una cena voleva dire: sono molto innamorato o sono pentito, preferisco te. Normalmente i commendatori portavano le mogli nelle occasioni ufficiali e le amanti nel weekend in cui la famiglia era in vacanza.

Almeno una cena al Savini nella vita di una bella donna ci doveva essere, significava esserci e soprattutto essere nel giro giusto. Aristotele Onassis, quando amava Maria Callas la portava solo a mangiare al Savini. A tutte le signore, quando entravano e venivano condotte al tavolo, rigorosamente riservato, veniva offerta una rosa. A lei facevano trovare un intero fascio di rose rosse che poi venivano dimenticate, con noncuranza, su un divano rosso. A quei tempi si disse anche che qualche rosa rossa della Callas era stata riciclata ad altre clienti, per collezionismo. Una sola rosa, rossa, invece per Grace di Monaco, bionda ed elegantissima. Francesco Caltagirone preferiva portare le sue prede a Parigi, ma Annibale Scotti non conosceva che la strada del Savini.

Era il luogo preferito dei dopo Scala. I tavoli venivano prenotati da un anno all’altro. Pietro Vettor, il mitico maitre di quegli anni, che conosceva i nomi di tutti i clienti, sapeva i loro gusti e aveva occhi discreti per gli abituali dei tavoli rossi, e freddi per i pochi infiltrati, chiedeva se “il commendatore desiderava lo stesso tavolo per l’anno prossimo”. La risposta era sempre sì. Direttori d’orchestra, belle donne, sciupafemmine danarosi, mai nessuno emulava però la bellezza e l’eleganza dell’entrata della famiglia Falck. Giovanni Falck, accompagnato dalla moglie Mali Da Zara e dalla bellissima figlia Gioia, metteva a tacere anche Pietro Vettor. Su quei tavoli Gioia Falck pianse dopo un’epica Turandot dei primi anni 60. Poi il 68. Poi una lenta ripresa. Poi la festa elettorale di Mario d’Urso, cacciato perché senza cravatta, e difeso da un’intrepida Emanuela De Benedetti. Poi il silenzio. Adesso nessuno ti dice con quel tono e con quel significato: “Ti porto al Savini!.

Lina Sotis

“Corriere della Sera” dell’8 giugno 2004
Grazie all’autrice per la gentile concessione e grazie a Gabriella Leopizzi per la trascrizione

Commenti dei lettori

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  • I AM CHAMPAGNE WITH DIAMOND

    15 Nov 2008 - 19:32 - #1
    0 punti
    Up Down

    I AM champagne ho visto una bottiglia di champagne sul sito music awards 2008 di monaco veramente strepitosa bottiglia di champagne 700 carati di diamanti andatela a vedere…