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Madama Butterfly di Catania

Recensione di Antonio Maugeri

Poche luci e molte ombre per Madama Butterfly di Giacomo Puccini terzo spettacolo della stagione lirica catanese.

Sarebbe assolutamente ingeneroso, prima di commentare gli esiti della pucciniana Madama Butterfly andata in scena il 6 Marzo al Teatro Massimo Bellini quale terzo appuntamento della presente stagione lirica, non mettere in evidenza i disagi che impediscono allo stesso teatro maggiori possibilità di elevare la qualità della produzione artistica.
Innanzi tutto un commissariamento che dura da troppo tempo e che impedisce, nonostante i notevoli sforzi dell’attuale funzionario preposto dr.Gaetano Pennino, la possibilità di programmare a lungo termine (i grandi artisti vanno impegnati per tempo). Poi gli scarsi contributi di alcuni Enti (vedi la Provincia ed il Comune) e l’assoluta negativa partecipazione di capitale privato da parte un’imprenditoria sorda alle esigenze dell’arte e della cultura. Sicuramente tutto ciò si traduce in difficoltà gestionali che costringono a fare i cosiddetti “salti mortali” all’ottimo dr. Pennino per garantire una buona produzione ed il bilancio in pareggio.
La richiesta dei Sindacati tendente a bloccare l’iter per fare del Teatro una fondazione affinché rimanga Ente Lirico Regionale ci pare quindi logica e da sostenere senza meno.
Se a questo si aggiunge il raggelante disinteresse da parte dei politici cittadini il quadro si fa davvero nero.
Detto questo tuttavia non si può tacere, dovendo riferire ai lettori in maniera obiettiva su questa Butterfly, d’avere assistito ad uno spettacolo a dir poco deludente (recita del 16/Marzo) visto il livello artistico tutt’altro che esaltante .
Cominciamo col direttore d’orchestra Alberto Veronesi. Nessuna idea interpretativa al di fuori di un accentuato sdolcinato puccinismo di maniera nei momenti lirici e di esaltati fortissimi orchestrali nei momenti drammatici. La scintillante e straordinaria partitura del maestro lucchese è stata come appannata da una esecuzione assolutamente di routine.
Momenti magici dell’opera (il duetto d’amore con le sue seduzioni notturne - vedi la trasparente e timbratissima orchestra alle parole viene la sera -, gran parte del secondo/terzo atto con la mancata accentuazione dell’indagine psicologica operata da Puccini attraverso uno strumentale oltremodo chiaroscurato e dalle mille soluzioni timbriche ed armoniche) sono stati risolti senza nessun particolare scavo interpretativo nell’ambito di un’esecuzione di appena ordinaria amministrazione.
Il soprano Paola Romanò di voce piccola con dei poco gradevoli vibrati nelle note acute, oltre a essere statica e poco emotiva sia vocalmente che interpretativamente, ha evitato accuratamente alcune difficoltà vocali ( vedi il re bemolle dell’ingresso di Butterfly) troppo impegnative per la sua vocalità di soprano appena lirico.
La sua Cio-cio-san non è andata oltre una generica manierata interpretazione evidentissima nell’ultima parte dell’opera ove si richiede ben altra voce e ben altra dimensione scenica.
Che dire del tenore Francesco La Spada vociante, quasi sempre immobile, dagli acuti forzati e qualche volta vicino allo scrocco (l’arioso amore o grillo) e dalla inesistente mezza voce ? Ne è venuto fuori un Pinkerton monotono con molte inefficienze e pochissime lodi.
Buona la Suzuki di Mariella Guerriera (voce sicura e di buon stile) e discreto lo Sharpless di Giuseppe Garra (non molto emotivo ma di bella voce). Avremmo voluta più cattiveria nel Goro di Emanuele Giannino vocalmente accettabile come accettabili tutti gli altri componenti il secondo cast (Patrizia Gentile come Kate Pinkerton, Francesco Calmieri come zio bonzo, Franco Boscoli come Yamadori,).
Di Arturo Cauli, Commissario Imperiale, preferiamo tacere.
La regia di Roberto Laganà Manoli, statica, poco emotiva e poco coinvolgente
( Pinkerton sussurra bimba dagli occhi pieni di malia a una Cio-cio san distante tre metri) non esprimeva nessuna particolare linea narrativa al di la di discutibili diapositive illustranti un’America di maniera nel corso dell’intermezzo-preludio.
Luci appropriate ma i cui troppi cambiamenti finivano col dare fastidio.Scene e costumi genericamente soddisfacenti. Suggestivo il coro istruito da Tiziana Carlini soprattutto nell’esecuzione del celeberrimo “coro a bocca chiusa”.
Inserita su un cartellone la cui composizione è certamente molto buona, quest’edizione arriva assai opportunamente dopo 14 anni d’assenza. Francamente, pur con tutti i distinguo iniziali, ci aspettavamo qualcosa in più sul piano artistico globale.
Comunque Puccini colpisce sempre. Lo dimostra il fatto che alla fine dello spettacolo, bello o brutto che sia stato, non sono mancati gli applausi. Del resto come fare a resistere agli struggimenti emozionali provocati dalle irresistibili musiche del grande sor Giacomo ?
Un’ultima riflessione. Bisogna che le forze politiche comprendano che il nostro Teatro deve essere dotato di maggiori possibilità economiche. Altrimenti non è possibile poter assicurare spettacoli all’altezza della sua grande tradizione .
Che si capisca finalmente che il Bellini dev’essere il fiore all’occhiello della Catania culturale. Allo stesso tempo occorre incoraggiare i responsabili della conduzione artistica del teatro ad osare di più nella scelta degli interpreti. In caso contrario non potremo che assistere ad un carpe diem assolutamente mortificante.

Antonio Maugeri