Questo sito contribuisce alla audience di

Un ballo in Maschera al Teatro Massimo di Palermo

Recensione di Gigi Scalici

Teatro Massimo di Palermo
Giuseppe Verdi
Un ballo in Maschera
Libretto di Antonio Somma

Rappresentazione del 18.6.2006 –turno D-

Diventa sempre più complesso assistere ad una rappresentazione di un’opera lirica in chiave moderna. Non si vuole fare la solita polemica sulle messe in scena tradizionali che sanno di naftalina ma così amate dai più sfegatati melomani, bensì si cerca di trovare una chiave di lettura significativa, nell’ultima rappresentazione di questa opera nel massimo teatro palermitano.
Con tutta la buona volontà non si è riusciti a trovare alcun nesso logico e nessuna attinenza tra questa versione scenografica del Maestro regista Pier Luigi Pizzi, ambientata negli anni sessanta e quella tradizionale svolta piuttosto nel mille e seicento.
Seguire tutta l’opera, per chi conosce la storia ed il libretto, ha causato soltanto una totale distrazione dalle frasi e dalla musica, in un contesto assolutamente estraneo allo svilupparsi dei vari eventi nel corso della storia. A questo punto dato che s’insiste tanto a rivoluzionare le opere, varrebbe forse la pena – paradossalmente - modificare anche i libretti; avremmo quanto meno delle basi musicali di gran valore e dei testi adeguati alle scene ed ai costumi.
Non è tanto la platea allestita all’interno del palcoscenico, le riprese video in diretta dei primi piani dei personaggi con visione in bianco e nero sugli schermi giganti di uno studio televisivo, la mancanza dell’abituro infernale della maga Ulrica, i costumi non classici dell’ultimo atto, a causare non pochi malumori al pubblico, bensì il calo di tono del buon gusto in talune circostanze, come nell’inizio del secondo atto con la visione di un tossicodipendente che si somministra l’eroina. Lo scopo è sicuramente quello di mostrare l’amara e cruda realtà dei tempi moderni, lasciando al passato le interpretazioni romantiche ed idilliache, ma il risultato – da parte della maggioranza del pubblico - è stato un chiaro e netto disappunto.
Per finire, a proposito di attinenze, ci si domanda come mai in una chiave di lettura così moderna, sempre nel secondo atto, Amelia si nascondesse sotto un lungo velo, rispettando il libretto, piuttosto che nascondersi agli occhi di Renato con altri mezzi più adeguati agli anni sessanta.
Concludendo questa lunga premessa personale e pienamente condivisa dai meno giovani e più giovani , passiamo all’aspetto musicale – per fortuna unico conforto del più attento pubblico operistico - con convinzione che sicuramente anche i cantanti non possono non essere influenzati da questo stato di cose.
Un ballo in maschera - composta tra la trilogia di Rigoletto, Trovatore e Traviata, I Vespri siciliani e La forza del destino – è un’opera di una ricca partitura melodica, briosa e sobria nello stesso tempo, con personaggi di vario carattere che si alternano nello svolgersi del melodramma romantico.
Ottimo successo per la signora Micaela Carosi nelle vesti d’Amelia. Ottimo soprano lirico spinto, dalla voce potente e suadente nel contempo, d’estrema sicurezza e di bellissimo colore con l’unico neo di forzare un po’ gli acuti a discapito della dizione, con l’emissione talvolta di parole poco comprensibili; ma siamo ad altissimi livelli e si è sentito nelle sue due famose arie “ Ecco l’orrido campo” e “ Morrò ma prima in grazia “ e nel duetto con l’amato Conte Riccardo di Vincenzo La Scola, al cui termine hanno riscosso un’ovazione totale da parte del pubblico.
Il beniamino tenore palermitano, veterano del Massimo con tante altre precedenti rappresentazioni, compresa quella pure Verdiana di Ernani, tranne qualche piccolo problema catarrale all’inizio ed al termine dell’opera, pur non sembrando in alcune circostanze in pienissima forma come al solito, non ha deluso le aspettative cantando senza risparmiarsi, con fierezza e romanticismo per tutta l’opera, rispettando come è suo pregio professionale lo spartito, senza spingere troppo negli acuti e senza aggiungere peculiarità particolarmente personali. Si è distinto nelle più note arie “ La rivedrò nell’estasi “ e “ Ella è pura in braccio a morte ” con chiarissima dizione e con assoluta sicurezza vocale, musicale ed interpretativa del personaggio, ivi comprese le cabalette.
Interessante l’interpretazione del baritono Vladimir Stoyanov - che ascoltiamo forse per la prima volta a Palermo, nel ruolo del segretario ed amico Renato del conte Riccardo, cui Verdi non ha dedicato molte pagine, bensì una romanza tra le migliori per baritono “ Eri tu che macchiavi quell’anima” che ha cantato con tutte le giuste sfumature, gli accenti ed il trasporto necessario, ottenendo anch’esso piene ovazioni dal pubblico. Bella voce, scura quanto basta, di chiarissima dizione e sicuramente di nobile espressione.
Simpaticissimo l’Oscar di Roberta Canzian , soprano lirico di bellissima coloritura, non nei panni del paggio, bensì in abiti femminili e con tacchi a spillo. Interpretazione elegante, birichina e signorile nello stesso tempo, così come lo richiedono il libretto e lo spartito. Costante, perfetta e convincente in tutta l’opera.
Un ottimo quartetto senza dubbio.
Per quanto riguarda Ulrica, si è apprezzato il bel timbro scuro di mezzosoprano-contralto della signora Brigitte Pinter, ma eccezion fatta per talune espressioni, non è stata sufficiente a dare la giusta credibilità vocale e musicale al suo personaggio, non meno importante degli altri.

Comprimari compresi, tutti diretti egregiamente da un ottimo Stefano Ranzani, anch’esso noto ormai al Massimo per altre note ed attente direzioni. Ha iniziato con un’ouverture apparsa un po’ lenta nei tempi e poco ricca di colori, ma ha dato chiara lettura alla partitura Verdiana (un po’ influenzata da Meyerbeer e che ha talune affinità a Rigoletto e Traviata) per tutto il resto dell’opera ed in ogni leit-motiv, con adeguati accenti, ritmi e colori, assecondando le pagine più eroiche e romantiche, con le sonorità più intense ed emozionanti dei bellissimi concertati, in cui al solito il prestigioso coro ha dato il massimo contributo.

Al termine dell’opera approvazioni unanimi e meritate per tutti gli interpreti ed in particolare per la Signora Carosi, il Tenore La Scola ed il Maestro Ranzani. Storicamente il Regista compare soltanto alla prima, ma se fosse stato presente anche nelle successive rappresentazioni, avrebbe sicuramente raccolto gli stessi corali dissensi.

Gigi Scalici