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Rigoletto conquista il Teatro Verdi di Salerno

Momenti di gloria per il baritono David Ceccone di Antonio Guida

Se nella vastità delle opere di repertorio del panorama lirico oggi giorno ci si pongono gli interrogativi se rappresentarle in chiave “classica” o “moderna”, il Rigoletto di Giuseppe Verdi è uno di quei pochi capolavori operistici che fin dai suoi albori rientra nella schiera degli “intoccabili”; ovvero opera sulla quale non ci si possono mettere le mani addosso ne sulla scena, ne sullo stile, ne assolutamente su nulla se si vuole veramente rendere l’idea e il concetto dell’intenzione verdiana e piaveana del tempo.

Se infatti il 10 Ottobre del 2007, la sontuosa città di Salerno si presentava nel pieno fasto della sua bellezza con tanto di tocco moderno, verso le ore 21, bastava oltrepassare le porte del suo teatro principale per sentirsi magicamente catapultati in un’atmosfera lontana ben 400 anni da quella presente fuori, e più precisamente nella remota corte dell’allora decino duca di Mantova.

Dopo un lungo riposo estivo infatti, nella città campana si riprendono i suoni lirici con la prima perla della trilogia verdiana, questa volta resa ancora più pregiata da un cast di veri professionisti responsabili principali di una baraonda di applausi che zampillavano di continuo durante la successione degli atti.

Il sogno di succedere nel complicato “gobbo di Verdi”, si è questa volta avverato per una giovane promessa fiorentina di 35 anni di nome David Cecconi il cui talento ha fatto si che durante l’opera impersonasse la buffoneria e la sofferenza del personaggio con una facilità tale da far pensare.

Parallelemente infatti, la sua furbizia ha generato un esecutore che nei recitativi e nei “passaggi scenici” esternavano la singolarità del suo attore drammatico mentre nelle celebri arie, portandosi sul proscenio, faceva passare sopra al golfo mistico la corposa centralità della sua voce, fecondando nei presenti l’idea della congenialità delle sue vibrazioni con il padre di Gilda.

Voce e gesti, fondendosi hanno dato vita ad una esecuzione che non ha omesso nulla ne in termini di piani e forti vocali, ne in termini di lacrime finte. Bis inoltre per il si vendetta ultimato con un torrenziale la naturale finale tenuto il tempo necessario da far venire la pelle d’oca anche alle poltrone: più di 10 secondi!

Questo gigante di 1 metro e 90, che presenta particolari elementi fisici, espressivi e vocali, ha dimostrato di essere praticamente nato per eseguire tale personaggio.

Il polacco Shalva Mukeria è stato il donnaiolo dell’opera. Tenore leggero di bella figura, palesava nella sua fonazione un piccolissimo disturbo di raffreddore che gli faceva perdere un po di sonorità specialmente dopo il passaggio, ma nel complesso ha retto bene la parte senza omettere alcun acuto “aggiunto”; anche se teneva bene a riguardarsi dalla zona grave del suo pentagramma ove la sua voce, data la sua notevole flessibilità e leggerezza, era quasi inesistente. Per lui unica corsa per la donna è mobile.

La russa Anna Skibinsky ha indossato il candore e la purezza di Gilda. Il suo registro di coloratura ha cesellato la sua parte con estremo rigore, il che diventava quasi un’ escamotage alla sua statura minuta: quando cantava, gli strali della sua voce facevano si che ella diventasse più grande di quanto fosse nella realtà.

Il basso Carlo Striuli si è messo addosso gli abiti prima del Conte di Monterone, poi quelli di Sparafucile e questi ultimi, forse per i particolari tratti somatici del suo viso, gli erano particolarmente consoni; nessun problema poi per i suoi gravi a salire fino alla quinta fila dei palchi.

La bellissima Daniela Innamorati ci ha cantato una Maddalena riscattandosi qualche decibel di intensità vocale con un pizzico di malizia in più nella funzione scenica e il supporto dei comprimari ha retto il resto; quindi l’esperienza di Angelo casertano e Angelo Nardinocchi, rispettivamente Matteo Borsa e il cavaliere Marullo, e le corde più fresche come quelle di Ciro Spagnuolo, Teresa Benevento, Roberta Maione, Luigi Pisapia e Maria Teresa Petrosino che hanno completato il cast.

Buone le coreografie e il coro, le prime sostenute dal corpo di ballo seguito dalla coreografa Pina Testa, il secondo diretto dal maestro Luigi Petroziello.

Direzione, scene e costumi quindi in stile primordiale, nonché di gran gusto ed effetto specialmente nelle scene più cupe, quando una leggera nebbia calava sulla scena. Tutto ciò ad opera di Renzo Giacchieri. Infine orchestra attenta agli accenti del direttore Giampaolo Bisanti il cui spartito davanti ai suoi occhi altro non era che un optional: nella sua mente erano già decifrate dalla prima all’ultima nota dell’opera stile Toscanini. La sua elasticità ha ultimato il tutto.

Il virus del modernismo ha infettato anche il teatro d’opera. Qualcuno è felice di questo. Parecchi non lo sono. Di questi parecchi, la maggior parte appartengono ad una concezione di questo tipo di spettacolo che è a favore della preservazione del fascino del tempo in cui esso è stato concepito e voluto, ovvero, lo stesso fascino che ha investito tutti coloro che hanno visto questa rappresentazione che nel suo contesto si è dimostrata di straordinaria magnificenza. Oren funziona.