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Antonio Guida ricorda Maria Callas/2

Seconda parte

In mare c’è una legge: pesce grande mangia pesce piccolo. La favola di Maria Callas ne ha sentenziata un’altra: due pesci piccoli possono distrarre e deridere di un pesce grande.
Se infatti l’apprezzamento di un basso nei suoi confronti, (conosciuto in pieno tempo di sventura) lo spinse a presentarla a quel tenore in pensione di nome Giovanni Zenatello, che era in America in cerca di talenti per la stagione d’opera all’arena di Verona, allora sorte volle che il l’anziano doveva muovere gli astri in modo tale da creare le correnti adatte per l’arrivo di un uragano senza precedenti.
La saggezza non è sempre sinonimo di anzianità, l’anzianità invece è sempre sinonimo di saggezza e questa volta l’ex Otello l’aveva indovinata veramente. Con quella modesta Gioconda di Verona la tempesta non si era ancora scatenata del tutto per la greca, ma in cambio conquistò il binomio (Meneghini – Serafin). Del primo divenne moglie, del secondo la prediletta; e fu proprio tale “duo” che iniziò a gettare le fondamenta del mito dei miti.
Sebbene ancora in teatri secondari, gli impegni iniziarono ad incalzare l’uno sull’altro quando solo qualche tempo prima la giovane artista era in difficoltà economiche. La sua tecnica si andava saldando sempre di più e la sua voce suonava nell’udito dei seduti come un soprano di coloratura con dei strani suoni nella zona grave e centrale che accendevano curiosità, ma era solo l’inizio perché le frecce al suo arco ne erano ancora parecchie e per fortuna (e per sfortuna) le direzioni nelle quali ella le scagliava non colpivano solo nel mondo della lirica. L’effetto pungente che ne comportavano poi bruciava la noia e la consuetudine facendo innamorare senza pietà, perdutamente, proprio come si disperse nella passione quell’imprenditore veneto appassionato di lirica di nome Meneghini, che proprio come don Josè della Carmen, lasciò i suoi interessi per inseguire quelli di Maria.
Fu da quel momento che la giovane iniziò a trasformarsi nella Callas.
Dopo l’improvvisa sostituzione del soprano Margherita Carosio, indisposta, nel ruolo di Elvira ne I puritani alla Fenice che la mise al cospetto di un pubblico più colto, le porte dei principali teatri del mondo non tardarono a spalancarsi per Maria e i suoi giorni “pre o dopo recita” erano di tutto rispetto: le sue serate infatti erano diventate eventi di gala che non conoscevano il significato della parola sosta e laddove lei non era la primadonna lo diventava. Maria Callas della lirica, Maria Callas dell’alto borgo, Maria Callas ovunque e ovunque al primo posto, anche sui francobolli. Lusso e sfarzi a suo stretto contatto come a suo stretto contatto vi erano i principali professionisti dell’opera, del jet set e della politica; quella ragazza emigrata in America con il sogno di diventare una cantante d’opera si trovò catapultata, grazie alle sue doti, ad un pizzico di fortuna e all’intraprendenza di quell’anziano imprenditore veneto, in un mondo fatto di firme, shampagne, oro e nomi importanti e quando ella lavorava, entrava in teatri quali Scala di Milano, opera di Roma, opéra di Parigi, Covent Garden di Londra e Metropolitan Opera House di New York; luoghi nei quali le bastava aprire la bocca e porgere il braccio verso l’alto per far crollare i loggioni dagli applausi perché era umanamente impossibile astenersi dall’applaudire quella gestualità che porgeva il suo canto direttamente verso il cuore di chi la udiva e chi la udiva, avvertiva il propagarsi nell’aria di quei suoni provenienti da una fonte misteriosa, quasi da un essere extraterrestre che non aveva limiti di arte, di repertorio, di espressività, di magnetismo emotivo. Dalla prima ottava quella bronza vocalità che falsificava una voce centrale femminile, il velluto cresceva man mano che ella ascendeva all’acuto e tale restava fino a passare ai suoi sopracuti, ove la lo squillo di un’aquila sugellava quella dote assolutamente fuori dalle classi ordinarie; il tutto coadiuvante con una espressività gesto-visiva che dal centro del suo viso accendeva un faro che brillava potentissimo sulla folla di fronte a lei accecandola di perfezione stupore.
Circa tre ottave nelle sue corde, le corde di Maria Callas ovvero la regina dell’habanera, la regina del di vissi d’arte, del casta diva, della Medea; Maria Callas wagneriana, Maria Callas dei virtuosismi, Maria Callas delle opere sconosciute riportate alla ribalta. Ella era tutto ciò che si poteva pretendere ed anche di più. Violetta? Norma? Valkiria? Lucia? Isotta’ Tosca? Medea? Turandot? Orfeo?……….Carmen??? nulla era impossibile a quell’artista abnorme che altro non poteva essere classificata come “soprano drammatico di agilità” e una tale classificazione che solo lei sapeva veramente decifrare e dimostrare, in quei primi anni 50 finì con il diventare un cult di dominio mondiale il cui chatcet si firmava con diversi zeri in coda tale da truccarle gli occhi da artista di lusso che solo i principali teatri internazionali ormai si potevano permettere. La Maria che cantava un tempo ad Atene e che cercava di farsi strada, era solo un ricordo quasi del tutto cancellato dal colossale bisness che ora la riguardava, perché ora lei era diventata la divina.

Continua…