Il teatro San Carlo inaugura la stagione d'opera con "Parsifal"

Scene , costumi, regia e artisti tradiscono Wagner e i melomani della "vecchia chiave" di Antonio Guida

Allacciandosi di proposito anche ad un prospetto delle teorie “darwiniane”, l’evoluzione dell’uomo ha fatto si che la voce umana dell’ottocento maturasse delle particolari caratteristiche fonatorie tali da indurre un compositore tedesco di nome Riccardo Wagner a comporre una serie di opere attinenti per l’appunto ad un tale tipo di vocalità.
I possessori di queste rari quanto particolari attitudini vocali, erano chiamati Heldentenor , la cui voce, leggermente meno acuta dell’italiano “tenore drammatico” (o tenore verdiano), aveva la peculiarità di essere dotata di sufficiente potenza naturale tale da sovrastare l’orchestra in taluni momenti dell’opera. Tra tutte quelle scritte, ove il buon Wagner schierò il registro dell’heldentenor, c’era (e ci dovrebbe essere ancora tutt’oggi) anche leggendario Parsifal.

Gli anni però passano e l’uomo ha continuato ad evolversi non solo nelle sue caratteristiche fisiche e celebrali ma a quanto pare anche di “volontà scritturale”; consegnando sempre più l’intera stecca organizzativa nelle mani di chi, a dispetto alle designazioni originali, ha iniziato a batterla da anarchico.

Non è un caso infatti, se il bellissimo Klaus Florian Vogt, oltre a gettare le basi del suo distinto aspetto da belloccio da fare invidia al rampollo Ridge di casa Forester in quella di Beatiful, si è anche dilettato nel provare a dissolvere gli atroci dolori di Amfortas, nelle vesti appunto del mistico “puro folle” wagneriano.

Che tale volesse dimostrare sia scenicamente che vocalmente una forma“mistico-sacrale”è assolutamente fuori discussione; peccato però che non ha saputo fare altro, lasciando così circa il 70% dell’esecuzione del suo personaggio in balia di un gigantesco punto interrogativo nella mente degli ”innamorati” del compositore di Lipsia che si chiedevano cosa rappresetasse mai quell’uomo sul palco.

I suoi gravi saltellavano quà e là alla disperata ricerca di una sonorità decente, come piena emergenza era per i suoi acuti deboli, aperti e dispersi nell’aria chissà dove. Non ci sono parole nel considerare poi la sua voce quando veniva letteralmente inghiottita dalle “alte maree orchestrali”e quando tale glie lo permetteva, solo il medium auspicava (innatamente) un certo senso al suono; un senso che nella migliore delle ipotesi poteva far pensare ad una “furtivissima” lagrima eseguita in modo presso a poco scolaresco dal biondo tedesco. Tutt’ altro che heldentenor.

Chi poi ha pensato al suo costume, ha ben ideato una giacca trapuntata ¾ giallo chiarissimo da operatore osa e un paio di simpaticissimi mocassini marrone chiaro ai piedi a “mo” di turista cinese a spasso per via Caracciolo che non vede l’ora di cogliere il primo raggio di sole utile per fotografare il vesuvio. Eroe mistico???

Di presenza scenica obiettivamente adatta e con un voce pulita e abbastanza a tema, si è invece presentato l’imponente basso Kristin Sigmundsson nelle vesti di Gurnemanz. Sua grande caratteristica si è rivelata la sua decisa espressività drammatica. Qualche decibel in più nei suoi gradi più impervi gli avrebbe di sicuro consegnato lo scettro di questa rappresentazione.

Sotto i dardi della sua vocalità non in ottima forma, della sua bassa statura rispetto agli altri colossi sul palco e delle condizioni imposte da madre regia che nel primo atto le ha indotto una sorta di vittimismo interpretativo eccessivo, è stata il mezzo soprano Lioba Braun che ha inscenato quella che soggettivamente doveva essere la bellissima ed eroica Kundry. Dal punto di vista scenico si è leggermente riscattata nel secondo atto diviso quasi per intero al 50 % con il protagonista, ma nello scorrere delle pagine della sua partitura, la voce l’ha quasi completamente abbandonata tradendola anche su qualche la naturale, salvato miracolosamente dal consistente impasto armonico orchestrale nonché dall’accortezza della bacchetta che diligentemente pressava i fiati dal podio.

Note positive invece, a riguardo del basso Albert Dohmen che ha interpretato un ottimo Amfortas. Dolorante al punto giusto come da libretto, voce calda e cristallina nei gravi. Peccato che il “suo artista” non sia stato allo stesso modo accompagnato dalla mimica dei figuranti, la maggior parte dei quali totalmente passivi alle scene e alle attenzioni dei protagonisti che invani cercavano un sostegno credibile dagli “scritturati della comparseria del teatro S. Carlo” in quella di Napoli.

Anche il mago Klingsor e il vecchio Titurel hanno trovato dei validissimi interpreti rispettivamente nei bassi Pavlo Hunka e Markus Hollop; riguardevoli le loro esecuzioni sotto tutti i punti di vista al pari di Gurnemanz.

Atmosfera erotica di gran gusto profusa da parte delle “seduttrici di Klingsor”, quindi Pia-Marie Nilsson, SYlvia Weiss, Annely Peebo, Anna Korondi, Alexandra Wilson, Stefanie Iranyi; poco rilevanti ma comunque di buon aiuto anche i comprimari Annely Peebo, Ritterbusch, Cornelia Entling, Martin Mühle, Nicola Pamio, István Kovács, Alexander Kaimbacher, le cui voci, di consistenza volumetrica rasente quasi lo zero assoluto, venivano praticamente divorate dalle scalate strumentali.

Buona la partecipazione del coro del maestro Marco Ozbic, come tale è risultata la direzione: un Asher Fisch delicato come una preghiera nei momenti più “mistici”, deciso nelle situazioni più irruenti. Mai volgare o eccessivo, ma sempre attento e di grande aiuto per chi ne aveva “significativo bisogno”.

Lacune di direzione scenica quindi ad opera di Federico Tiezzi la cui salvezza si è alla fine risolta nell’esperienza dei soli artisti “di razza” che hanno preso parte allo spettacolo. Le sue imposizioni infatti, oltre ad eccedere in termini espressivi in tema con il sacro, erano mal sorrette dalla passività di chi contornava gli artisti e non ultimo vi era di fondo una palese assenza di un protagonista almeno di “sembianze” eroiche.

Il sig. Giulio Paolini ha avuto già modo di entrare nel teatro S. Carlo in vesti di innovatore della scena di taluni opere ideate secondo una sua particolare “progettistica”e per i profani che amano le voci liriche accompagnati dalle orchestre si è rivelato un successone senza precedenti. Qualche raro lettore di Wagner però, nonchè conoscitore del setticlavio ed estimatore degli stili scenici primordiali, sembra che non la pensasse allo stesso modo, in quanto, specialmente nel primo atto, l’eccesso di bianco scenico si smorzava troppo dal parallelismo con i costumi; smorzatura che poi fortunatamente si è attenuata negli atti seguenti. Anche se non propriamente di gusto “surreale-tedesco”, lo stile di Paolini è accademico e nessuno si meraviglierebbe mai se intendesse esempio nella mente di chi cerca di inventarsi qualcosa di nuovo; ma il rinforzo eccessivo di questa treccia da lui inventata e formata da due soli ciocche: una storica e un’altra moderna “paoliniana”, ha indirettamente ammorbidito dall’ascolto quello spettatore che si è chiesto cosa ci facessero mai 3 sassi enormi su un pavimento bianco con squadrature nere oppure quale fosse mai l’attinenza tra un redentore seduto su un cubo bianco con la testa tra le mani e un uomo con giacca e scarpe anni 50, disegnato nelle stesse condizioni in prospettiva su di un telo scenografico. Amfortas?……..????…!!!

Giovanna Buzzi invece ha ideato i costumi, i quali, oltre a non rientrare in alcuna forma di simbiosi di forma e di colore con le scene specialmente nel primo atto, restano totalmente privi di commento se si pensa a quello di Parsifal, che oltre ad una decente armatura indossata nel terzo atto, sembrava per il resto dell’opera un modello di moda notte Valentino o giù di lì.

Complesso visivo ripreso qua e là Luigi Saccomandi che ha curato le luci in modo diligente e dalla coppa del graal che donava alla scena una particolare varietà di luci e colori grazie ad un suggestivo effetto catarifrangente.

Nessuno obietterà mai la bellezza di questo spettacolo sotto un profilo di colori, musica e impegno degli interpreti. Ma al di fuori del rincuorante let motiv eseguito dagli orchestrali e del sorriso si Fisch, Wagner è risultato un qualche cosa completamente cancellato dalla storia dell’uomo.

ANTONIO GUIDA

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