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Ricordo di Giuseppe di Stefano

di Antonio Guida

E’ MORTO IL TENORE GIUSEPPE DI STEFANO: NEL PRIMO QUINDICENNIO DELLA SUA CARRIERA E’ STATO STIMATO COME IL PIU’ GRANDE TENORE LIRICO DELLA STORIA.

“No Magda non ce la faccio, la voce mi è andata via e gli acuti non verranno…non posso continuare…” Con queste parole rivolte al soprano Magda Olivero (da qualche giorno divenuta novantottenne!!!) tra il secondo e il terzo atto di una Fedora del 69, iniziarono a bussare i primi campanelli d’allarme che da li a poco avrebbero chiuso definitivamente le porte della carriera del più grande tenore belcantistico della storia dell’opera: Giuseppe Di Stefano.
Nato a Motta S. Anastasia, nel catanese, il 24 Luglio del 1921, fu scoperto a 15 anni da un suo amico che dopo aver sentito casualmente un suo acuto decise di pagargli le prime lezioni di canto. Gli inizi del grande Pippo così presero vita nella musica leggera della quale in quei primi anni quaranta era un valido esponente nelle osterie di Milano dove da Catania era emigrato con la famiglia; ma andiamo per ordine, o meglio, per epoche.
Grazie infatti al suo entusiasmo, all’acuta esigenza della sua famiglia che dilagava nella povertà, all’incoraggiamento di coloro che lo udivano e al corretto insegnamento da parte del baritono Montesanto, il giovane siciliano scavò pian piano dentro la miniera della sua faringe, e scavo dopo scavo, vocalizzo dopo vocalizzo, egli trovò l’oro; un oro che decise di sperimentare dopo non molto nell’ambito del difficile mondo della lirica. Con la buona sorte che sembrava tanto dalla sua parte e la sua arbitrata astuzia così, quel ragazzo grezzo come il petrolio come lui stesso si definiva, finì nel giro di un quinquennio nel conquistare il loggioni e le platee di tutti i teatri del mondo, traducendo il suo ora in uno smalto vocale dalla chiarezza e la lucidità assolutamente senza precedenti; il tutto unito ad un innato modo di porgere e di fraseggiare.
Debuttò ufficialmente nel 1946 a Reggio Emilia interpretando il ruolo di Des Grieux nella Manon di Massenet e da allora la sua carriera fu tutta un crescendo tra i pentagrammi lirici belcantistici: Manon Lescaut, Tosca, Turandot, La bohème, Rigoletto, Madama, Butterfly, La fanciulla del West, I puritani, Lucia di Lammermoor, La Favorita,Il barbiere di Siviglia e decine di altri ruoli lo vedevano come il re dei protagonisti e man mano che gli anni passavano sulle sue spalle, la natura gli riconobbe anche una bellissima figura fisica facendogli conquistare fior di cuori del gentil sesso che lo osannavano all’esasperazione. Dalla metà degli anni quaranta così, iniziò l’epoca del primo Di Stefano, il tenore d’oro, che artisticamente non aveva non aveva eguali in grado di compararlo in Rodolfo, Alfredo, Edgardo e diversi altri.
Il profumo della sua terra natia però non lo aveva mai abbandonato e il profumo della Sicilia in ambito operistico si chiama Cavalleria Rusticana. Non solo. La tentazione di vestire i ruoli eroici e drammatici non si fece attendere e purtroppo Pippo mal considerò che i SI bemolle di Radames non erano i SI bemolle del conte d’almaviva, la tessitura di Calaf non era quella del duca di Mantova, le declamazioni di Andrea Chenier non erano quelle di Nemorino, i pianti di Canio non erano quelli di Edgardo. Lo sapeva? Certo che lo sapeva, ma sapeva anche che il trio di fuoco (Callas, Di Stefano, Gobbi) era richiestissimo e ciò forse, bastava ad offuscargli la ragione. Un offuscamento che gli costò caro.
Per non perdere quel timbro lucente che lo aveva reso così famoso, il tenore iniziò infatti a sparare acuti a gola aperta in opere nelle quali lui non avrebbe mai dovuto figurare: Pagliacci, Andrea Chenier, Aida, La Forza del destino, Trovatore e altri massacri vocali. L’appoggio sul diaframma per il sostegno delle tessiture “di forza” era un qualche cosa che egli non concepiva, non conosceva e non voleva conoscere perché lui era un animale di razza che mostrava e adorava la sua natura; ma nella lirica il gioco d’azzardo, tranne qualche rarissimo caso, ha sempre avuto i giorni contati.
Gli armonici così iniziarono a velarsi sotto quei suoni per metà mal intervocalizzati e per metà gridati e il suo organo fonatorio sembrava non avere più il passaggio di registro. Senza alcuna copertura di suono infatti, era capace di emettere dei SI naturali acuti come se fossero dei FA.
Con le impervie tessiture del repertorio Verista e spinto, iniziò così verso la fine degli anni cinquanta il secondo Di Stefano che durò a malapena un decennio a causa di una voce che giunse al culmine della distruzione. Come era ben preannunciabile di fatto, la voce del tenore collassò presto sotto l’orda della distruzione dopo poco più di venti anni di carriera riducendo il tutto a delle strazianti grida già su un la naturale, costringendolo ad abbandonare la sua carriera non ancora anziano.
Vittima di un’aggressione nel 2005 nella sua villa in Kenya, il grande Pippo è spirato dopo un lungo periodo di agonia il 3 Marzo 2008 all’età di 86 anni, lasciandoci numerosi documenti sonori e video che testimoniano ciò che un tempo fu considerato l’eccellenza del canto fiorito.
Antonio Guida