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Il Trittico al Teatro Massimo di Palermo

Recensione di Gigi Scalici

Teatro Massimo di Palermo

Il trittico di Giacomo Puccini

Rappresentazione del 25 maggio 2008

Trittico secondo tradizione pucciniana:

Il Tabarro, Suor Angelica e Gianni Schicchi.

Tradizione di carattere esclusivamente musicale ed in sequenza, così come concepita dal gran compositore lucchese, che raggruppa non a caso tre storie diverse tra loro, ma che hanno in comune la morte: l’omicidio per gelosia nella prima, il suicidio della disperazione nella seconda ed infine l’ironia nell’ultima.

In questa nuova edizione palermitana si sono avvicendati tre registi, rispettivamente Giovanni Scandella, Giulio Ciabatti e Francesco Micheli, con tre allestimenti diversi. Il tabarro in versione classica che ha reso bene l’idea di un ambiente malfamato, torbido, cupo e cattivo sulle rive annebbiate della Senna; Suor Angelica in forma essenziale nelle scene ma rispettosa degli abiti religiosi delle monache; Gianni Schicchi – notoriamente ispirato al personaggio dantesco - assolutamente moderno, sviluppato al centro di una scacchiera radiale e ruotante, in bianco e nero come la prevalenza dei costumi, molto vivace dinamico e divertente secondo consuetudine.

Tre storie, tre partiture diverse: Il tabarro suddiviso in quattro parti congiunte, con musica cupa e talvolta monotona, con qualche accenno a Bohème e con un realismo forse troppo ostentato; Gianni Schicchi in opposizione per la vivacità; Suor Angelica, baricentro drammatico - musicale.

Giacomo Puccini, con predilezione per i ruoli femminili, ha riservato la composizione liricamente più emozionante a Suor Angelica, anche se giudicata poco raffinata nel passato, con ben quindici interpreti di tutto il registro vocale femminile, oltre le voci bianche. Una prima parte apparentemente poco consistente e semplice ma propedeutica al dramma che si sviluppa così velocemente nella seconda, quando Angelica è informata dall’irremovibile zia principessa che il figlio, avuto prima che fosse relegata da sette anni in clausura per punizione, è morto e quindi si toglie la vita con un veleno prodotto con le sue stesse mani.

Nell’ultima parte il regista ha previsto che Angelica fuori di se, si spogliasse dell’abito religioso e rimanesse in sottoveste civile, perchè tornata donna e suicida e che nel delirio prima della morte fosse abbagliata dalla luce intensa della Madonna che gli avvicina il figlio. Un bellissimo effetto di luci al termine di “Senza mamma” che per il testo, per l’aria e per la struttura musicale è tra le interpretazioni più complesse e struggenti di tutti i soprani lirici-spinti.

La signora Amarilli Nizza - precedente Nedda nei Pagliacci a Palermo e cui spesso sono affidati i tre ruoli del trittico - è ben entrata nel personaggio, con alta drammaticità scenica nel finale, aiutata anche dalla bella presenza, con intensa ed autorevole resa vocale, non associata tuttavia ad un’adeguata chiarezza di dizione, soprattutto nel registro medio - alto in cui le emissioni sono molto scure.

A proposito di questo personaggio è doveroso precisare per i più giovani che Rosalind Plowright nel breve ruolo di contralto della zia principessa, è stata nel passato un’ottima Suor Angelica, oltre che buona interprete verdiana.

Per tornare ad Amarilli Nizza, il soprano ha definito altrettanto bene Giorgetta, sia nei duetti del Tabarro con il Michele di Alberto Mastromarino, sia in quelli con l’amante Luigi di Frank Porretta.

Insieme al giovane tenore, dotato anch’esso di un corposo ed intenso timbro lirico, ha interpretato il duetto “Hai ragione, è un tormento” con padronanza e vocalità intensa ed adeguata all’alta sonorità della compagine orchestrale. In Gianni Schicchi, cui per Lauretta è riservata soltanto la ben nota aria “Oh mio babbino caro ” avremmo preferito una vocalità di maggiore trasporto e più liricamente accurata, ferma restando la buona interpretazione sbarazzina. A proprio agio nel brillante e leggero ruolo di Rinuccio, il tenore Fernando Portari che avevamo ascoltato in Anna Bolena.

Il mattacchione Gianni Schicchi era pure il noto imponente baritono dal bel timbro verdiano scuro ed esteso Alberto Mastromarino, molto apprezzato nelle precedenti edizioni di Cavalleria Rusticana e di Pagliacci. Mastromarino, sapientemente equilibrato e senza forzature, ha rappresentato entrambi i personaggi di Michele nel Tabarro, assassino per onore e di Schicchi, in cui alla versione tipicamente comica è stata scelta quella più sorniona, ma altrettanto efficace, con ampia soddisfazione del pubblico.

La concertazione affidata al maestro Paolo Arrivabeni, docente di direzione d’orchestra al conservatorio di Cagliari, credo per la prima volta a Palermo, è stata molto accurata e con un ottimo affiatamento orchestrale, nell’esecuzione di tre partiture tipicamente veriste e piuttosto variegate, talvolta atonali e d’ispirazione stravinskiana, con tempi diversi e talvolta molto melodiche ed accuratissime nei pianissimi, per terminare in colori e dinamiche di alta intensità emotiva.

Un Trittico al solito molto efficace – con tanti comprimari molto bravi e dall’epilogo molto allegro - apprezzato pienamente dall’intero pubblico soddisfatto, con consensi a scena aperta e con tante chiamate dopo la chiusura del sipario.

Gigi Scalici