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Il gioco d'azzardo: il gioco dei fiori e quello delle tre carte

Il gioco d'azzardo fra le attività più praticate dalla mafie internazionali. In ispecie riferimenti al gioco delle carte messo in essere dalla yakuza e dalla camorra

Sin dai tempi lontani le triadi cinesi ed altre organizzazioni criminali asiatiche, in particolare “le tong”, hanno fatto registrare, fra le proprie attività principali, il gioco d’azzardo.
Anche le famiglie della mafia turca, estremamente dirigistica e centralizzata, fanno del gioco clandestino una delle loro attività privilegiate.
Parimenti la tradizione di gestire casinò, ed il gioco d’azzardo nel suo complesso, è antica pure per quanto concerne cosa nostra negli Stati Uniti. Ancora negli ultimi anni la famiglia Genovese, la più consistente, ma anche le famiglie dei Gambino, dei Bonanno, dei Lucchese, dei Colombo sono fortemente coinvolte nel gioco d’azzardo.
La mafia siciliana, fra le altre attività, puntò al controllo del gioco d’azzardo pure nel travagliatissimo periodo dell’occupazione dell’isola da parte delle truppe americane nel corso del secondo conflitto mondiale.
Nell’attualità le mafie cosiddette dell’est utilizzano particolarmente questa pratica illegale, tant’è, per esempio, che la mafia bulgara controlla all’incirca il settanta per cento delle attività legate al gioco d’azzardo.
Di particolare rilievo una assonanza che si registra fra la yakuza e la camorra napoletana. Infatti sin dai tempi antichi la banda dei bakuto controllava il gioco delle carte, praticando “l’hanafuga”, il gioco dei fiori, la cui combinazione perdente di tre carte (8-9-3: ya-ku-sa) servirà a conferire il nome alla mafia giapponese.
Nell’ambito partenopeo invece v’era il gioco delle tre carte, che diventerà appannaggio anche di elementi della camorra napoletana. La camorra cosiddetta delle “carceri” prelevava forti tributi dal gioco delle carte fra i detenuti, mentre nelle città il camorrista agiva: “sulle case da gioco, sui postriboli, sui dazi di consumo, sul contrabbando, sopra le giocate che si fanno nelle bettole e nei caffè frequentati dalla plebe”.
Nel 1978 Paolo Violi, capo della ‘ndrangheta in Canada, sin dai tempi del proibizionismo terra fertile per la mafia calabrese, venne ucciso in un locale mentre giocava a carte.