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Gerghi malavitosi

Linguaggi criptici impiegati da delinquenti nell'Ottocento italiano

Come ricordano taluni scrittori dell’Ottocento, i gerghi malavitosi contenevano un’ampia messe di bestemmie e di imprecazioni e venivano indicati in due classi: “il gergo di prima forma”, costituito da trasposizioni di lettere e sillabe e “il gergo di seconda forma”, costituito da metafore. Vi era poi “un gergo di terza formazione” (Niceforo), costituito dall’utilizzo di particolari modi di dire noti solo agli adepti. Grazie all’utilizzo del gergo, il delinquente poteva così inveire contro i nemici e contro esponenti delle forze dell’ordine senza correre rischi penali. Più che una vera e propria lingua diversa, si trattava di un insieme di parole accompagnate da gesti e motti che avevano un preciso significato, come ad esempio, schiocchi di lingua o toccarsi il naso o sputi con la lingua fra le labbra e movimenti con le mani. Ma dove le parole malavitose raggiungevano l’apice della loro virulenza era nelle bestemmie, perchè era opinione comune, fra i delinquenti, che la bestemmia inviata con vera “raggia di cori” (rabbia e disperazione di cuore) aveva una misteriosa potenza malefica.
Mirabella per la parte napoletana e Pitrè per quella siciliana, fra gli altri, avevano individuato un piccolo dizionarietto utilizzato dai detenuti e dai malavitosi: “quindi il coatto si serve del suo linguaggio oscuro e metaforico, potendo sfogarsi in ogni vilipendio, mentre in apparenza profferisce frasi vuote di significato. Ma il significato c’è ed è terribile”.