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La camorra a Salerno nell'Ottocento

A cavaliere della metà dell'Ottocento si svolgeva a Salerno un "processone" contro presunti camorristi e la repressione più severa veniva praticata contro i malavitosi attraverso lo stato d'assedio, la deportazione e il carcere

Dopo che a Salerno si evidenziavano, nella prima metà dell’Ottocento, le gesta di un noto camorrista, tale Raffaele De Rosa, detto “Scialone”, picciotto di sgarro, puniva, fra l’altro, “un compagno che amoreggiava con una sua druda”, nel 1859 cominciava un processo contro 39 presunti camorristi, imputati di “vagabondità e setta diretta a commettere furti ed altri reati con promessa di segreto”. La Gran Corte Criminale del Principato Citeriore li assolveva, per effetto della “Sovrana Indulgenza del 19 gennaio 1859″, ma l’opera di repressione non subiva rallentamenti, come attestato dai rapporti del luogotenente generale Avenati e del prefetto di Salerno Zoppi, entrambi dell’agosto del 1862. In questi rapporti si auspicava la continuazione dello stato d’assedio, in maniera da consentire alle autorità di liberare la società dai camorristi, si suggeriva di utilizzare in modo preminente
la deportazione, si garantiva che gli arresti continuavano e che i camorristi più feroci erano stati incarcerati. In particolare l’Avenati, nel rapporto inviato anche al Generale d’Armata Comandante il VI Dipartimento di Napoli, sosteneva: “Ho le fila dei camorristi e non mi sfuggiranno”. Questi due ultimi documenti, inoltre, avvalorano l’idea che lo stato d’assedio era stato proclamato per motivi politici e che poi era stato mantenuto (cfr. l’intervento sull’inchiesta Massari e la legge Pica) per il ripristino dell’ordine pubblico.