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La bestemmia come rivolta

In questo testo vi sono riferimenti, fra l'altro, al linguaggio dei malavitosi ed all'esame di ciò che presiede l'utilizzo di interdizioni linguistiche

L’intervento che segue è tratto dal mio testo: “La bestemmia come rivolta. Una riflessione metodologica”, Edisud editore, Salerno 1994, pp. 202. La bestemmia, la pratica blasfema, il turpiloquio diventano fattore di emarginazione ed isolamento sociale del gruppo. Basti pensare a tutto ciò che si manifesta sui muri, edifici in rovina, stazioni, sottopassaggi, bagni pubblici, sale d’aspetto, caserme, ospedali, vetture pubbliche e metropolitane, percorsi sotterranei visti come piani elettivi per la proiezione delle proprie più recondite angoscie quotidiane. I graffiti con i loro simbolismi, i loro contenuti di volgarità, aggressività, trasgressione, diventano un’informazione sulla società non registrata, non marginale, subalterna: “Siamo al degrado fatale e irreversibile dell’imprecazione sociale, alla convulsa profanazione verbale che sostituisce, con uguale carica di distruzione, la più tradizionale bestemmia con una comunicazione espressiva di dissacrante trasgressione e di violento valore evocativo ed espressivo”.