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Salamov e i gulag sovietici

Varlan Salamov, per diciassette anni nei gulag, ha scritto pagine di rilievo ne "I racconti della Kolyma", da cui ho tratto un passaggio

Gulag è una sigla che sta per “Glovenae uprovlenia lagerej”, cioè “Direzione centrale dei lager”. Dopo la rivoluzione d’ottobre, sin dal 1922 in URSS, vennero istituiti i gulag, che, negli anni cinquanta, arriveranno ad ospitare sino a due milioni e seicentomila persone. Nell’ambito della Nep, della nuova politica economica voluta da Stalin, i gulag svolgono un duplice ruolo: quello di valorizzare il patrimonio minerale e forestale sovietico, con particolare riferimento al canale Mosca-Volga, al canale fra il Mar Bianco e il Mar Baltico, alla ferrovia tra il Bajkal e l’Amur e quello di utilizzare come manopera coloro che dovevano essere perseguitati. In ispecie i kulaki, i contadini ricchi che si opponevano alla statalizzazione delle terre, gli intellettuali non ortodossi, intere etnie e classi ritenute ostili al governo sovietico. Varlan Salamov, dopo tanti anni di vita nei gulag, ha scritto: “Avevamo imparato la rassegnazione, avevamo disimparato a stupirci. Non c’erano rimasti né orgoglio, né egoismo, né amor proprio; e gelosia e passione ci sembravano concetti da marziani, futili per giunta. Era molto più importante imparare a riabbottonarci i pantaloni in inverno, con il gelo: cosa tutt’altro che facile, ho visto uomini adulti piangere per questo. Capivamo che la morte non era peggiore della vita e non temevamo né l’una né l’altra”.