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La yakuza in "Sanctuary", protettrice dei deboli

Terza parte della yakuza nei fumetti

In Sanctuary appare chiara l’idea stessa di yakuza. Hojo dichiara di esserne entrato a far parte perché “ciò che un uomo normale impiega una vita a costruire posso farlo in un giorno soltanto”. Una visione di eroe affascinante, che si muove sul confine sottilissimo fra bene e male. Hojo non utilizza mai violenza gratuita, è sempre finalizzata ad uno scopo. Trapela chiaramente il disprezzo per le organizzazioni mafiose del sud-est asiatico, per i loro modi violenti e rozzi: “Questi metodi brutali non sono nello stile giapponese”. Hojo sente che il Giappone lamenta la carenza di eroi. Questo legame fra mafia ed eoismo è difficile da capire per un lettore italiano. In Sanctuary si evidenzia la nascita di alcune famiglie yakuza come “protettori dei deboli”: “L’attività dei Sanou di Kobe prese il via per assicurare il salario agli operai del porto”. E’ interessante il rapporto che lega la yakuza alla polizia. Gli yakuza non si nascondono, anzi, sono ben riconoscibili, i poliziotti conoscono i nomi delle famiglie, tengono d’occhio gli yakuza “puliti”, incensurati. I poliziotti si autodefiniscono “truppe dell’imperatore” e mostrano disprezzo verso gli yakuza, ma per poter intervenire devono attendere una guerra fra le leghe. In Sanctuary è forte la contrapposizione fra lo yakuza violento e rozzo, entrato solo per fare soldi velocemente, utilizzato per i lavori sporchi e che mai farà carriera nella società e chi ha un programma preciso. I giovani presi nella lega partono comunque dal basso e se rischiano di essere presi dalla polizia durante un’operazione sanno che devono spararsi piuttosto che parlare.