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Le bardane e le latitanze

La bardana e la latitanza: due tipiche peculiarità del banditismo sardo

Sino alla fine dell’Ottocento, i banditi sardi praticavano la cosiddetta “bardana”, che era un gravissimo atto di brigantaggio pressoché esclusivo della Sardegna. Consisteva, come ricorda Federico Ghiani, nell’invasione di un paese ad opera di alcune decine di banditi a cavallo, che scendevano per l’occasione dalle montagne e mettevano a ferro e fuoco il centro abitato. Questo reato era reso possibile dall’assoluta assenza delle istituzioni statali e dalla mancanza di autentica salvaguardia per la popolazione civile. Lo strapotere dei banditi era forte e riconosciuto persino dai benestanti, nel mentre i piccoli nuclei di carabinieri qua e là presenti potevano fare davvero poco. All’inizio del Novecento, le bardane venivano sostituite, con il graduale rafforzamento delle istituzioni, con gli assalti alle auto ed alle corriere.
L’altra particolarità del banditismo sardo è la latitanza formidabilmente presente nella storia del banditismo nell’isola. Si pensi che nel 1830 vi erano 439 latitanti, che tredici anni dopo saliranno a 864, con uomini come Giovanni Tolu che riusciva a rimanere alla macchia addirittura per trent’anni dal 1850 al 1880. Nel periodo fascista latitanti assai noti erano Stochino e Chironi, successivamente Tandeddu e Mesina, che come tanti hanno attraversato l’esperienza della latitanza, scuola normale per la criminalità sarda.