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La Lupa di Verga e quella di Dossena

Giovanni Verga nelle sue novelle "Vita dei campi" (1880) racconta di una donna soprannominata la Lupa, alla stessa stregua di un'altra donna, sempre chiamata la Lupa, rappresentata da Carlo Dossena, appunto, in "Tana di lupa" (1884)

Marina Sindaco ha proposto, in un suo ottimo saggio, alcuni ritratti di donne lussuriose. Fra questi ho scelto quelli di due donne entrambe soprannominate la Lupa, nelle opere di due grandi scrittori, Giovanni Verga e Carlo Dossena. Verga così dipinge la donna-lupa: “Era alta, magra; aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna e pure non era più giovane; era pallida come se avesse sempre addosso la malaria, e su quel pallore due occhi grandi così, e delle labbra fresche e rosse, che vi mangiavano. Al villaggio la chiamavano la Lupa perché non era sazia giammai - di nulla. Le donne si facevano la croce quando la vedevano passare, solo come una cagniaccia, con quell’andare randagio e sospettoso della lupa affamata; ella si spolpava i loro figliuoli e i loro mariti in un batter d’occhio, con le sue labbra rosse, e se li tirava dietro alla gonnella solamente a guardarli con quegli occhi da satanasso, fossero stati davanti all’altare di Sant’Agrippina. Per fortuna la Lupa non veniva mai in chiesa, né a Pasqua, né a Natale, né per ascoltar messa, né per confessarsi - padre Angiolino di Santa Maria di Gesù, un vero servo di Dio, aveva persa l’anima per lei. Maricchia, poveretta, buona e brava ragazza, piangeva di nascosto, perché era figlia della Lupa, e nessuno l’avrebbe tolta in moglie, sebbene ci avesse la sua bella roba nel cassettone, e la sua buona terra al sole, come ogni altra ragazza del villaggio”. Carlo Dossena invece così descrive la sua Lupa: “Sfolgorante di gioventù e di bellezza, con un diavolo di lussuria per capello, col patrocinio di un nome illustrissimo e una ricchezza che ogni virtù poteva comprare e scusare ogni vizio, Elda, sfondato il cerchio di carta dei pregiudizi, si credé tutto permesso. Tenèa fame di uomo, come altri di cibo. Al solo odore di maschio entrava in furore come una gatta ai profumi”.