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Brother (prima parte)

Il dottor Francesco Bianchini mi ha inviato un'eccellente recensione di seguito pubblicata di un film, "Brother", uscito nel 2000 con la regia di Takeshi Kitano, grande maestro della cinematografia giapponese, incentrato, come di solito, sulla mafia giapponese. L'intervento è diviso in due parti

Un esule volontario lascia nel suo luogo d’origine affetti, oggetti che gli sono appartenuti, la vividezza di sensazioni che solo rimanendo nella propria casa si possono provare; porta con sè ricordi, felici o dolorosi che siano. Questa è la storia di molti ed anche quella di Yamamoto, membro della yakuza, che sceglie, costretto dallo smembramento della sua “famiglia”, di andarsene dal Giappone alla ricerca di un lontano “fratello”, forse fratellastro adottivo, in California. Egli non può accettare il tradimento di coloro che, un tempo suoi “fratelli”, hanno acconsentito ad entrare a far parte della famiglia rivale, responsabile della morte del loro “oyabun” (capofamiglia). In questo modo cioè partendo, Yamamoto intende rispettare il codice di regole che determinano il modo di essere dell’affiliato yakuza in quanto tale. Ma, inevitabilmente, come ogni esiliato non lascia dietro di sè usi e costumi che lo identificano come membro della comunità d’origine, così Yamamoto non può cessare di essere quello che è, cioè di continuare a conformarsi a quell’insieme di leggi non scritte che sono state causa del proprio allontanamento volontario dal suo mondo. Egli ricomincia da subito e quasi, sembra suggerire il regista, senza possibilità di scelta, a “fare la guerra”, ritrovandosi ben presto in un vortice di violenza spietata, una lotta senza tregua fra mafie diverse, prodotte da culture diverse e destinate a convivere nella patria per eccellenza degli esuli e degli emigrati: gli Stati Uniti d’America.