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Carlo Levi e Michele Pantaleone a Villalba

Carlo Levi ospite, a Villalba, di Michele Pantaleone descrive in "Mafia e politica", da par Suo, una scena che avviene nella piazza del paese dove si verifica un preciso rituale simbolico

Ero arrivato a Villalba la sera, avevo cenato nella casa di Michele Pantaleone, vi avevo dormito, e ci eravamo levati, per tornare a Palermo, alla prima alba. Davanti alla piccola finestra che dà sulla piazza mi lavavo il viso con l’acqua fredda del catino. Quando mi affacciai, sul selciato della piazza deserta passeggiavano, come fossero lì prima di tutti e di tutto, da sempre, soli, due uomini. Uno, con la coppola calata sugli occhi, un romanino in bocca e un pesante giaccone buttato sulle spalle con le maniche penzoloni, alto, grosso e tarchiato, aveva, in ogni suo movimento, l’aspetto del potere. Il suo compagno era con ogni evidenza un secondo, un compare, un subordinato o un guardiaspalle. Erano soli, e andavano, lenti e solenni, sul teatro della piazza, a quell’ora, come a prenderne possesso prima di chiunque altro: il capo della mafia locale e il suo accolito posavano il piede su quel terreno, che era quello del loro impero, e, nella piazza vuota, sembravano grandissimi. Lanciavano di sotto la coppola sguardi obliqui verso la mia finestra, subito rivolgendoli in modo da sembrare di non guardare. Ed io li guardavo di lassù, e sentivo, senza mai incrociarle, le traiettorie curve e ritrose di quei loro sguardi pieni di diffidenza arrogante. Subito, dal corso, entrò in piazza un terzo personaggio. Questo non aveva mistero, era in divisa: era il maresciallo dei carabinieri. Salutati i due mafiosi, cominciò a passeggiare in mezzo ad essi, che gli tenevano, amichevoli e protettivi, la mano sulla spalla: e il gesto indicava un potere maggiore del suo, un maggiore prestigio, che andava, in modo sia pure impercettibile, affermato e riconosciuto. Quei tre potenti andavano così, avanti e indietro sulla piazza vuota. I loro passi risuonavano nel silenzio: la passeggiata era una dimostrazione. Una forma nera apparve, rasentando i muri, rapida e furtiva. Salutò i mafiosi, e si avviò verso la chiesa: era il prete, padre Mastrosimone, detto, chissà perché, Ardecase. Aprì con una grossa chiave la porta della chiesa, entrò, e di lì a poco si udì il suono del mattutino. A quella squilla, mentre i tre continuavano avanti e indietro la loro passeggiata di prestigio, cominciarono ad apparire sulla piazza, scendendo dalle stradette o risalendo la via del carcere, le prime vecchie donne mattiniere, avvolte negli scialli neri, indirizzate alla chiesa; e poi qualche uomo, qualche contadino col mulo, coi ferri risonanti sulle pietre del selciato, che si avviava verso la campagna, mentre il prete, tornato sulla porta della chiesa, aspettava l’ingresso dei fedeli. Tutti dovevano passare in qualche modo di lì, e incrociare quei tre dominanti, e ciascuno cominciava la giornata salutandoli, con sfumature diverse di ossequio secondo il grado del potere. “Bacio le mani”, dicevano al capo mafioso e al suo compagno, e “Servo suo” al maresciallo. Il prete lo salutavano solo quelli che si avvicinavano alla chiesa o vi entravano: “Sa benedica, parrì”. Così, col saluto al potere, cominciava per tutti la giornata; e, come il saluto, anche le risposte vi erano graduate e diverse, fino a un minimo cenno silenzioso.