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Donne, cortigiane e prostitute ai tempi di Montaigne - 2

La seconda parte delle opinioni di Montaigne su donne e prostitute, espresse nel "Viaggio in Italia" negli anni 1580-1581. Interessanti paragoni con le valutazioni di Montesqieu

Se è certo che Montaigne dice di non aver mai visto un paese “dove le donne belle fossero così rare come in Italia”, è anche vero che i giudizi così tranchant vengono alleggeriti o modificati negli “Essais”, dove invece sostiene che fra gli italiani “sono più comuni le belle donne e più rare le brutte”. Ciò è giustificato dal fatto che un conto è il sottile malumore coltivato nelle fasi iniziali del viaggio e che contempla una serie di piccole e grandi delusioni, dal cibo alle locande, dall’ordine sociale alle donne, e che sembra inglobare quasi tutti gli aspetti della società valutati, e un conto sono poi le considerazioni più mature e ampie nella seconda fase del suo viaggio e soprattutto al suo termine. Sulle donne romane si sofferma abbastanza, prima per dire che non sono una gran bellezza e non hanno nulla di straordinario e che forse “la più spiccata beltà fosse retaggio di quelle che ne fan mercato”, esattamente come a Parigi, per poi aggiungere che le gentildonne romane si mostrano a viso scoperto, sono graziose, hanno una ricchezza nel vestire e acconciature della testa più accurate e preziose delle donne francesi. A Roma Montaigne nota donne e cortigiane alle finestre e alle inferriate, capaci di mostrarsi nei loro aspetti migliori. E’ una vista che alletta molti uomini, al punto tale che coloro i quali non desiderano farsi notare dagli altri passanti nell’atto di osservare le donne alle finestre “tengono il tettuccio della carrozza aperto a metà”. In realtà, secondo Montaigne, le donne fanno molto bene a rifiutare le regole di vita e le consuetudini seguite nel mondo, perché quelle regole sono state indicate esclusivamente dagli uomini senza la loro diretta partecipazione. Montaigne nutre forti perplessità sulle unioni matrimoniali, piatte ed abitudinarie, perché l’assiduità e la frequentazione continua danneggiano l’intensità dei rapporti e nulla è paragonabile al piacere di “prendersi e lasciarsi ad intervalli”. Montaigne pensa che non è opportuno concentrarsi su un’unica passione amorosa e su quella concentrare tutti i propri pensieri e le proprie azioni. In ogni caso a Montaigne non accadono gli eventi capitati a Montesqieu, che nel suo “Viaggio in Italia”, si segnala per lettere assai infiammate per alcune donne - “je crois que si je te mourrais dans tes bras” - ha un gusto erotico orientaleggiante, si lascia sedurre da nobili signore a Milano, a Venezia non ha pensieri se non per “esecrabili puttane” ed a Firenze è attratto da bellezze locali. Montesqieu riflette a volte sul fatto che tante religiose s’erano “fatte suore solo per amore del piacere” e ovunque è pronto ad alimentare il piacere dei sensi con una curiosità per le deviazioni sessuali che Macchia giudica alquanto morbosa. Montesqieu pensa che ormai ai suoi tempi le cortigiane, le amanti, le mantenute finivano per essere sposate, perché non era più una vergogna. Tutto ciò non risulta appannaggio di Montaigne che però fa riferimenti ad una compagnia di lesbiche, ancora in terra francese, mentre a Roma segnala dei portoghesi che si sposavano fra maschi e che perciò venivano bruciati.