Questo sito contribuisce alla audience di

Donne, cortigiane e prostitute ai tempi di Montaigne - 4

Ultima parte sulle esperienze italiane di Montaigne

All’epoca la prostituta veniva considerata come una custode dell’ordine, come una persona che svolgeva una precisa funzione, al punto che Diogene, con lucido cinismo, aveva sostenuto che le prostitute erano le regine dei re. La frequentazione del postribolo era considerata come prova di normalità dei giovani e di rassicurazione per le loro famiglie, un luogo di pacificazione sociale, capace di ridurre l’aggressività giovanile e di distogliere dalle irrequietezze mascoline. Vero è che, secondo Montaigne, l’Italia è uno dei pochi luoghi dove gli uomini “fanno i corteggiatori e i cascamorti anche con quelle che si vendono”. Ciò si comprende perché, a suo avviso, mentre quelle donne vendono solo il loro corpo, alcuni mirano ad acquisire la volontà. Sulla scia di Joachim du Bellay, Montaigne dedica molti riferimenti alla vita e alle pratiche delle sgualdrine e delle cortigiane, che lo sbalordiscono, per esempio a Venezia, per il loro numero e per come spendono “in mobili e abiti da principesse”, ma lo deludono a Firenze: “Quel giorno andai solo per mio diporto a veder le donne che si lasciano vedere a chi vuole. Vidi le più famose: niente di raro”. Ma Montaigne era ancora in Francia quando si diffondeva sulle donne di malaffare, che non potevano avvicinarsi a meno di cinquecento passi dai bagni di Plommieres, pena lo staffile, mentre gli osti che le avranno ospitate rischiavano ammende e prigione.