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La paura e il coraggio di Paolo Borsellino

Ancora qualche riflessione - da "La Sicilia dei misteri": web.tiscali.it/no-redirect-tiscali/wlyonweb/Mafia/borsellino.htm - su uno degli uomini più significativi della nostra epoca e della cui amicizia avrei voluto godere

Paolo Borsellino nacque a Palermo il 19/1/1940 trascorrendo la giovinezza nel quartiere palermitano della Magione. Dopo l’università, l’ingresso in magistratura nel 1965 e le prime pratiche contro attività mafiose che lo costringono ad avere la scorta ed a convivere con la paura. Borsellino l’affronta così: “la paura è normale che ci sia, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, sennò diventa un ostacolo che ti impedisce di andare avanti”. Falcone e Borsellino lavoreranno poi sotto la guida di Rocco Chinnici, che a proposito di Borsellino dirà: “Magistrato degno d’ammirazione, dotato di raro intuito, di eccezionale coraggio, di non comune senso di responsabilità, oggetto di gravi minacce, ha condotto a termine l’istruzione di procedimenti a carico di pericolose associazioni a delinquere di stampo mafioso”. A Marsala lavorerà con passione insieme a Diego Cavaliero, magistrato di prima nomina. Dopo la morte, fra le sue braccia, dell’amico Falcone, Borsellino dirà di lui: “perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione… per amore. La sua vita è stata un atto d’amore verso questa città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, amare Palermo e la sua gente ha avuto ed ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo, continuando la loro opera, dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo”. Borsellino ha un rapporto molto intenso con la morte, ne parla spesso anche per esorcizzarla, è protettivo e preoccupato nei confronti dei familiari e dei collaboratori: “Se muoio adesso, il mio compito l’ho svolto… Non sono nè un eroe nè un kamikaze, ma una persona come tante altre. Temo la fine perché la vedo come una cosa misteriosa, non so quello che succederà nell’aldilà. Ma l’importante è che sia il coraggio a prendere il sopravvento. Se non fosse per il dolore di lasciare la mia famiglia, potrei anche morire sereno”.