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I giovani e il lavoro

L'approccio verso il mondo del lavoro significa oggi, per i giovani, saper scegliere ed essere flessibili.

La scuola italiana ha capito solo negli ultimi anni che deve agire in maniera più decisa come collante tra i giovani e il lavoro. Purtroppo l’attuale e precedente generazione di diplomati e laureati, una volta volta acquisito il titolo di studio, è stata lasciata in balia delle onde.

Il neolaureato si trovava, e si trova, a dover spesso continuare a investire sulla propria formazione perché sa di non essere in grado di poter partecipare attivamente al mondo aziendale. Dopo anni di fatica e di soldi per arrivare a una laurea spesso l’incolpevole e incauto giovane vorrebbe spaccare il mondo, non accontentandosi del primo lavoro che capita.

Ormai il livello di istruzione si è notevolmente accresciuto e con esso la diffusione dei titoli di studio, spostando naturalmente verso l’alto i requisiti minimi per l’accesso alle professioni. Il problema è che del tuo sapere spesso l’azienda non sa cosa farsene e tu non riesci a capire il perché di tutti quei mesi (ma assai più spesso anni) passati in panchina.

Il collegamento tra scuola e lavoro è uno dei maggiori ritardi, a livello europeo, che si porta dietro l’Italia. Il giovane dovrebbe essere, o almeno così è in molti paesi dell’Unione Europea, prima accompagnato nella scelta della scuola o dell’università, supportando e incentivando le sue competenze e abilità; l’orientamento scolastico devrebbe essere quindi concepito allo scopo di far incontrare i bisogni professionali espressi dalle aziende e i giovani ottimizzandone così gli strumenti acquisiti in modo da evitare lo spreco di risorse umane. Solo negli ultimi tempi le scuole italiane (ancora poche per la verità) stanno promuovendo un discorso di questo tipo, magari organizzando anche tirocini formativi e di orientamento.
Il mercato del lavoro si è evoluto e richiede una maggiore flessibilità, questa dote è però domandata solo alle giovani generazioni. Infatti la trasformazione da un’economia prevalentemente industriale e operaia verso un’economia globale e di produzione di servizi (di cui la net economy è forse l’esempio più lampante) richiede al neo-assunto una buona dose di duttilità e innovazione. Ecco che in questo contesto si inserisce il discorso della formazione permanente, il rimedio migliore per evitare lo scoraggiamento che spesso può portare alla ricerca di professioni di più basso profilo, e quindi “accontentarsi”.